Le tappe della guerra commerciale tra Usa e Cina

Lunedì 6 Maggio 2019
Trump minaccia l'aumento dei dazi alla Cina e le Borse affondano: Milano maglia nera

Trump minaccia dell'aumento dei dazi alla Cina e le Borse affondano. Male i listini europei e Milano si conferma la maglia nera. Crollano anche le Borse asiatiche, ma Pechino non chiude. Le trattative fra Stati Uniti e Cina avanzano ma «troppo lentamente» e intanto gli Stati Uniti si preparano ad aumentare dal 10% al 25% i dazi americani su 200 miliardi di prodotti cinesi. Dopo l'annuncio del presidente Donald Trump la Cina ha fatto sapere di valutare la possibilità di cancellare il nuovo round di trattative commerciali in calendario la prossima settimana a Washington. A Wall Street i future sugli indici americani affondano, come pure il petrolio che perde oltre il 2%. La borsa di Shanghai apre in calo del 3,04%.

«L'Iran riprenderà le attività sul nucleare», i media: a breve l'annuncio del presidente Rohani

Effetto dazi USA anche sui prezzi del petrolio
 

Le tappe della guerra commerciale. Due tweet domenicali di Donald Trump mettono a rischio i negoziati sul commercio con la Cina, frutto del tira e molla che sembrava prossimo alla pace: da oltre due anni il tycoon è contro le pratiche che valuta «scorrette», tra trasferimento forzato e furto di tecnologia, causa del surplus commerciale strutturale di Pechino sugli Usa, pari nel 2018 a 323,32 miliardi di dollari.
 


Ecco la cronologia principale della «crisi», giunta oggi al giorno n.306 dai primi dazi Usa del 6 luglio 2018, mentre le prime avvisaglie sono di aprile 2017 quando il presidente Xi Jinping in visita da Trump a Mar-a-Lago, in Florida, concorda sul piano dei 100 giorni per risolvere le differenze commerciali: - 6 luglio 2018: gli Usa varano le prime tariffe del 25% su 34 miliardi di import, riviste dopo l'annuncio del 15 giugno; la Cina risponde con un 25% su 34 miliardi di beni. - 23 agosto: Usa e Cina attuano secondo round di dazi, in entrambi i casi su 16 miliardi di beni. - 7 settembre: Trump minaccia nuovi dazi fino a coprire ben 517 miliardi, l'intero export cinese verso gli Usa. - 12 settembre: gli Usa invitano a riaprire il negoziato. - 17 settembre: gli Usa finalizzano la lista da 200 miliardi. - 18 settembre: la Cina annuncia la risposta di 60 miliardi. - 22 settembre: saltano i colloqui a causa dei dazi in arrivo. - 24 settembre: Usa e Cina implementano un terzo round di dazi mettendo nel mirino, rispettivamente, 200 miliardi e 60 miliardi di beni importati. - 9 novembre: ripresa colloqui con telefonata Mnuchin-Liu. - 19 novembre: gli Usa pubblicano lista sull'export possibile di prodotti hi-tech. - 2 dicembre: la tregua di 90 giorni sui dazi a margine del G20 in Argentina tra Trump e Xi, con stop dei rialzi. - 14 dicembre: impegno a mantenere contatti. La Cina taglia i dazi sulle auto Usa e riprende le importazioni di soia. - 7-9 gennaio 2019: la tre giorni negoziale a Pechino, primo round dopo la tregua sui dazi di Buenos Aires tra Xi e Trump. - 22 gennaio: gli Usa cancellano i colloqui preparatori per la divergenza sulla tutela del proprietà intellettuale. - 30-31 gennaio: Due giorni di negoziati a Washington. La Cina offre l'acquisto di 5 milioni di tonnellate di soia Usa. Trump annuncia che vedrà a febbraio Xi di persona. - 11-15 febbraio: Usa e China si incontrano a Pechino. - 21-24 febbraio: le parti si incontrano a Washington; Trump estende la scadenza della tregua ed esprime ottimismo. - 28-29 marzo: Usa e Cina si rivedono a Pechino dopo un mese. - 3-5 aprile: le parti si vedono a Washington. Trump incontra il capo negoziatore Liu He, vicepremier e inviato speciale di Xi presidente, e parla di 4 settimane per verificare un accordo. - 10 aprile: Mnuchin dice che Usa e Cina concordano sull'avvio di un ufficio per l'attuazione degli accordi. - 30 aprile-1 maggio: Cina e Usa hanno colloqui a Pechino. Il segretario al Tesoro Steven Mnuchin li definisce «produttivi».

Le parti confermano l'incontro dell'8 maggio a Washington. - 5 maggio: Trump minaccia il rialzo dei dazi dal 10% al 25% su 200 miliardi di «made in China» da venerdì 10 maggio. C'è l'ipotesi di un altro 25% su ulteriori 325 miliardi di beni contro il tentativo cinese, accusa il tycoon, di «rinegoziare».

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