11 settembre 20 anni dopo: così scoprimmo di essere indifesi

11 settembre 20 anni dopo: così scoprimmo di essere indifesi
di Vittorio Emanuele Parsi
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Domenica 5 Settembre 2021, 11:31 - Ultimo aggiornamento: 19:17

Sono trascorsi giusto 20 anni dal giorno che ha cambiato il mondo, quello in cui chi era sufficientemente grande ricorda esattamente che cosa stesse facendo nel momento in cui lo raggiunse la notizia dello schianto contro la prima Torre. A sottolineare la persistente durata dei suoi effetti ha concorso anche il repentino ritorno al potere dei Talebani in Afghanistan, i primi contro i quali si abbatté la furia vendicatrice degli Stati Uniti, sostenuti dallo sdegno attonito del mondo. Siamo tutti americani titolarono tanti giornali di ogni latitudine, e davvero ci sentivamo tutti così, coinvolti in quello che era un attacco alla convivenza civile, e che molti vollero dipingere come uno scontro di civiltà.
Dopo vent'anni di guerra in Afghanistan, dopo l'invasione dell'Iraq, dopo Guantánamo, le migliaia di vittime collaterali dei bombardamenti e dei droni, dopo le rivelazioni di WikiLeaks e Julian Assange, quel sentimento si è senza dubbio attenuato, complici anche le scelte compiute dai quattro presidenti che si sono succeduti a Wasghington da quel fatale 11 settembre. In parte ondivaghe, a volte alternative, ma sovente in grado di mettere in discussione quantomeno i termini della relazione con l'Europa.
GLI ERRORI
Il momento unipolare degli Usa era uscito rafforzato dagli attentati e dalla subitanea, distruttiva e apparentemente efficace reazione americana: nessuno pensava di potersi opporre all'unica vera superpotenza planetaria e nessuno neppure mostrava di volerlo fare. Vent'anni dopo l'America si ritrova in un mondo in cui la Cina il Paese che sperava di cooptare nell'ordine liberale internazionale attraverso i vantaggi economici della sua integrazione nel circuito economico-finanziario globale ha lanciato la proposta di una nuova era di armonia e co-prosperità, intessuta di infrastrutture fisiche e digitali, dalle quali gli Stati Uniti sono esclusi.

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I TRE CONTINENTI
Gli sforzi di Pechino sono tutti rivolti a fare di Asia, Europa ed Africa un'unica massa tricontinentale, da contrapporre in termini economici, politici e militari all'isola americana. Nel frattempo abbiamo perso anche la fede che il modello democratico dovesse imporsi naturalmente, per imitazione o potesse essere esportato militarmente quando necessario. Non crediamo più nello State-building e neppure troppo nel peace-keeping.
Abbiamo anche perso quell'afflato umanitario universalista che ci portava a voler liberare le donne afghane dal loro giogo secolare, rimpiazzato oggi dal cinismo di volerle aiutare altrove: a casa loro, a casa dei vicini: dovunque ma comunque non a casa nostra. Un pensiero condiviso non solo da metà dei brutti, sporchi e cattivi italiani, greci o ungheresi ma esternato dai governi di quelli che una volta avremmo definito con una punta di invidia civilissimi Paesi, come la Danimarca, l'Austria, l'Olanda Pure in questo siamo cambiati, anche per i milioni di profughi che le guerre combattute sul suolo arabo e musulmano (Afghanistan, Iraq, Libano, Siria, Yemen, Libia solo per citare le principali) hanno generato.

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LA CONSAPEVOLEZZA
In questi vent'anni abbiamo sperimentato come lo strumento militare è da un lato sempre più necessario ma dall'altro sempre meno sufficiente per garantire la nostra sicurezza. Tutto ciò nonostante la guerra continui a restare l'arte nella quale l'Occidente mantiene ancora un margine consistente di superiorità tecnologica e organizzativa. Un ritorno a Clausewitz, si dirà: ma la consapevolezza che l'uso della forza è sempre meno risolutivo e non può comunque colmare il divario tra sicurezza e invulnerabilità è stato acquisito a un prezzo ben salato.

 


LA PANDEMIA
Non siamo più né invincibili né invulnerabili, quindi, ed è la medesima sensazione che abbiamo provato di fronte all'esplodere e al persistere della pandemia: la stessa che ci ha portato ad affidarci, molto più di quanto avremmo creduto possibile vent'anni fa, all'autorità dello Stato e ad accettare consistenti limitazioni alla nostra libertà personale nel nome della nostra sicurezza: questa volta, per lo meno, con un trade-off più chiaro ed evidente di quanto sia successo dopo l'11 settembre.
 

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