Talebani, mossa anti-Isis: arruolati nelle province migliaia di nuovi miliziani

Talebani, mossa anti-Isis: arruolati nelle province migliaia di nuovi miliziani
di Marco Ventura
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Sabato 28 Agosto 2021, 00:03 - Ultimo aggiornamento: 29 Agosto, 10:39

La parola chiave è “controllo”. E il controllo passa anche attraverso la strategia talebana di arruolamento dei miliziani finora inquadrati nei clan che hanno il “controllo” dei feudi territoriali in una terra montuosa, aspra, con collegamenti precari, frantumata in province abitate da etnie diverse storicamente in lotta le une contro le altre. Per i Talebani che sono arrivati da Kandahar a Kabul, forti anche dell’accordo di Doha con l’America di Trump e Biden, e che costituiscono oggi il gruppo vincente, il “controllo” dell’intero Afghanistan resta la sfida più complessa. La dimostrazione che molto sfugge ancora al loro “controllo”, più che la prevedibile rivolta del Panjshir feudo di Massoud, 150 chilometri a Nord di Kabul, sono quelle esplosioni multiple di Kamikaze dell’Isis-K che hanno fatto 170 morti nella capitale.

La sera stessa Biden non a caso ha voluto precisare che non c’è prova di collusione tra i Talebani e lo Stato Islamico del Khorasan (che sta per “Terra del Sole”), autore dichiarato dell’attacco. E in effetti, tra i morti risultano parecchi Talebani. E già in passato Talebani e combattenti dell’Isis si sono duramente scontrati. Il modello è il passaggio coi Talebani del “Leone di Herat”, Ismail Khan, capo-clan tagiko già ministro afghano dell’Energia e governatore della Provincia.

I capi talebani, del resto, nei loro primissimi editti hanno raccomandato di rispettare in particolare gli «anziani», che a loro volta hanno tutto l’interesse a preservare i loro traffici spesso criminali (oppio, armi, contante) e la sicurezza delle loro famiglie, cambiando repentinamente lato della barricata. L’arruolamento in atto di migliaia di miliziani locali serve a questo, a consolidare un esercito sopra il quale ci sono i guerriglieri Taliban e, oltre, le nascenti unità speciali talebane Badri 313, che tanto somigliano a quelle degli incursori occidentali.

L’Emirato Islamico che i Talebani stanno cercando di instaurare «non è sufficiente» nell’ottica dell’Isis, osserva l’esperto di terrorismo Colin Clarke. «L’Isis non ha un’agenda politica, crede solo nella Legge di Dio, è visceralmente settario e attacca le minoranze come Sciiti e Sikh». Può contare su 1500-2000 combattenti, ciascuno in grado di provocare una strage se riesce a filtrare attraverso i check-point con la sua carica di morte. Ed è attrattivo verso le giovani generazioni, anche attraverso i social.

Non c’è dubbio che i Talebani stiano dialogando con la Cia e infatti almeno una volta, nella provincia di Kunar nel 2020, riferisce l’ex ambasciatore Usa Anthony Wayne, ci sono stati «attacchi coordinati contro basi Isis, quando gli Stati Uniti martellavano dall’aria aprendo la strada ai Talebani a terra». Meno allarmante e insidiosa è la minaccia di Al Qaeda, che ha legami forti con i vertici talebani. E siccome nel Medio e Vicino Oriente mai nulla è bianco o nero, resta l’incognita delle fratture interne allo stesso movimento degli studenti coranici, divisi per etnie (anche se a maggioranza Pashtun) e per interessi economico-criminali. Il vero buco nero è rappresentato dalla rete degli Hakkani, un’impresa criminale familistica. Uno dei suoi membri più prestigiosi, Khalil Hakkani, emissario dei Talebani presso Al Qaeda (ma con buoni rapporti anche con lo Stato Islamico) è riapparso pubblicamente a Kabul capo della sicurezza della capitale, esibendo come trofeo un fucile d’assalto M4 americano.

E la domanda che si pongono le intelligence non solo occidentali è come sia possibile che i Talebani non abbiano saputo garantire un perimetro di sicurezza attorno all’aeroporto, sbarrando la strada ai kamikaze del Califfato.
 

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