Strage a Istanbul, il ruolo in Siria e Ucraina dietro il ritorno del terrore: curdi, jihadisti e la pista dei filo-russi

Oltre a curdi e jihadisti, la pista dei filo-russi per l’impegno di Ankara nel dialogo Mosca-Kiev

Strage a Istanbul, il ruolo in Siria e Ucraina dietro il ritorno del terrore
di Marco Ventura
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Domenica 13 Novembre 2022, 22:46 - Ultimo aggiornamento: 15 Novembre, 15:15

«Sento puzza di terrorismo», dice Erdogan. Ma chi sono i terroristi? I guerriglieri curdi, i combattenti dello Stato Islamico o altri? In quegli “altri” sono comprese altre due ipotesi, oltre ai curdi e all’Isis: un atto destabilizzante a opera di servizi stranieri, forse russi o filo-russi, nel quadro della guerra in Ucraina, o qualche azione con obiettivi interni, considerando che la Turchia è già in campagna elettorale e voterà per il Parlamento e la Presidenza nel giugno 2023. E già in passato, a ridosso delle elezioni, si erano moltiplicati gli atti di terrorismo.

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LA RIVENDICAZIONE

«Se anche ci sarà una rivendicazione, bisognerà essere cauti nel valutarne l’attendibilità», spiega Marco Lombardi, professore alla Cattolica di Milano, esperto di guerra ibrida e direttore del centro di ricerca “Itstime”. «I turchi fra l’altro hanno bloccato le navi russe negli stretti del Mar Nero, le hanno fatte tornare indietro. Tutta la situazione nell’area è fluida, in movimento, e il terrorismo o l’uso del terrorismo è un asset, uno strumento, della guerra ibrida. Anzi, siamo in piena guerra ibrida». Il terrorismo si configura non per le sue motivazioni, ma per le modalità, secondo Lombardi va quindi «compreso sulla base degli effetti che produce, non delle motivazioni che ci sono dietro». Un ragionamento che lascia aperte tutte le strade. Anche sulla base delle rivendicazioni e degli attentati passati, un’ipotesi che sta in piedi è quella di un attentato a opera dei curdi, ma resta senza risposta la domanda sul «perché proprio adesso». Una rivendicazione curda è sempre possibile, non necessariamente vera. Autentica, forse, ma non vera. Stando all’ultimo rapporto dell’International Crisis Goup, un think tank centrato sul terrorismo e sulle situazioni di conflitto nel mondo, l’elemento che nel 2022 si profila come il più rischioso per la Turchia resta il confronto anche militare con il Pkk turco e coi suoi affiliati in Iraq, Siria e nel Sud-est della Turchia, mentre sono alte le tensioni con la Grecia per la questione delle esplorazioni sottomarine di fonti energetiche. In particolare, le forze curde dell’Ypg nel Nord della Siria sono ancora sotto attacco dei droni turchi, che a volte hanno anche mirato a singoli comandanti, per esempio nella regione di Aleppo. Altre ipotesi nascono proprio dall’attivismo di Erdogan negli ultimi mesi come infaticabile mediatore tra Mosca e Kiev. Il suo impegno si è dispiegato in molte direzioni, e proprio in questi giorni sono previsti nuovi colloqui tra lui e Putin. Per esempio, ha cercato di stroncare il trasporto marittimo di armi e favorito invece l’accordo per la ripresa dei viaggi del grano. Il momento è cruciale in Ucraina, dopo la riconquista di Kherson e la vittoriosa controffensiva di Kiev. In Russia, opera un forte partito della guerra, rappresentato dai “siloviki”, che spingono per una escalation militare. Destabilizzare un Paese che fin dall’inizio ha cercato la via del negoziato può essere funzionale a una prosecuzione del conflitto. E non va sottovalutato neppure lo scenario della politica interna. Le elezioni del giugno 2023 si preannunciano come le più importanti degli ultimi anni in Turchia. Sarà una prova importante per la tenuta di Erdogan, che gode di una credibilità accresciuta dal ruolo che sta avendo nella politica estera. La sua è una personalità indiscussa, la figura di un leader quale la Turchia ha avuto soltanto con Kemal Atatürk, ma Erdogan si trova a fronteggiare una serie di problemi soprattutto legati alla situazione dell’economia (con un’inflazione alta e una strategia di tassi d’interesse sempre più bassi con cambi al vertice della Banca centrale). In compenso, Erdogan e il suo partito, l’Akp, stanno recuperando terreno in tutti i sondaggi e sono davanti agli altri partiti. L’opposizione non ha un leader altrettanto forte e stenta a trovare un’intesa che le consenta di presentarsi unita.

 

MISURE POPOLARI

Erdogan ha poi varato misure popolari, in particolare ha ritoccato verso l’alto lo stipendio dei funzionari dello Stato, addirittura del 42 per cento. Inoltre, non si stanca di ripetere che hanno pesato sulle finanze turche gli oltre 3,6 milioni di rifugiati siriani accolti dall’inizio della guerra nel Paese confinante. Erdogan è riuscito però a stanziare 30 miliardi di lire turche (quasi 2 miliardi di euro) a copertura dei debiti accumulati da più di 5 milioni di famiglie, e ha varato un ambizioso programma di edilizia abitativa.

Non sempre, in Turchia, gli atti di terrorismo sono stati rivendicati, anche se quasi sempre hanno portato a processi e condanne. E in sostanza la responsabilità degli attacchi è divisa tra curdi da un lato e jihadisti dall’altro. Ma ciò che cambia le carte in gioco, rispetto al passato, è la guerra proxy, ai confini, con tentativi di destabilizzazione estesi al Paese che nell’area è oggi l’unico vero fattore di stabilità, con Erdogan unico leader con qualche chance di portare i contendenti al tavolo del negoziato. 

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