Statue sotto tiro, a Berlino c'è un museo per quelle abbattute. La star è Lenin, ecco tutte le altre

Martedì 23 Giugno 2020 di Alessandra Spinelli

Ai più, come Indro Montanelli, è toccata una secchiata di vernice rossa. Alle statue di altri, pure eroi della patria e del mondo intero, come Winston Churchill, anche scritte ingiuriose.

Qualcuno poi è stato tolto dal piedistallo, e non solo della Storia, ma realmente rimosso e gettato nel fiume come è accaduto a Bristol al commerciante di schiavi Edward Colston. Ieri è stata la volta nientemeno che del presidente Theodore Roosvelt che presto sarà sfrattato dalla scalinata del Museo di Storia Naturale a Central Park, New York.

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E persino Voltaire, cioè uno dei padri del nostro pensiero occidentale, non se la passa bene in Francia: imbrattato anche lui.

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La protesta antirazzista, dopo la morte di George Floyd, è sfociata in una lotta iconoclasta senza confini. Via dunque le statue di chi si è macchiato di crimini contro l’uomo - e a farne le spese è stato anche il monumento a Cristoforo Colombo a San Francisco - via l’icona, via il ricordo in una rimozione antistorica senza freni, una damnatio memoriae di cui non si vede la fine.

IL LUOGO
Una fine c’è, però. Ed è un museo. Un museo particolare. Esiste a Berlino un luogo che è una sorta di sussidiario di ciò che è stato rimosso. Si trova nella Zitadelle Spandau, la fortezza nel quartiere di Spandau, l’esposizione permanente è “Enthüllt – Berlin und seine Denkmäler” ovvero “ Svelato – Berlino e suoi monumenti”. Una galleria che racconta la storia dei vinti in Germania. E lo fa rimettendo sul piedistallo le sculture e i monumenti dimenticati o messi volutamente nel dimenticatoio per ragioni politiche. Si va da alcuni monarchi prussiani del 18esimo secolo fino a Lenin, il grande simbolo abbattuto con la riunificazione della Germania. La direttrice del museo Andrea Theissen ha spiegato ad Euronews: «Su molti ci sono delle schegge di bomba, dei volti distrutti. Non c’è bisogno di molte parole per vedere come la storia della Germania sia stata particolarmente tormentata».

I PERSONAGGI
Si comincia dal re prussiano Friedrich Wilhelm III, riunito con la sua regina Luisa, e dei suoi generalissimi. In una grande sala ci sono decine di eroi sfregiati, molti dei quali con gli arti spezzati o forati con fori di proiettile. In un altro ambiente l’insieme di statue in marmo commissionate dal Kaiser Wilhelm II per adornare la magnifica Siegesallee (“Victory Avenue”) nel parco centrale di Berlino, il Tiergarten. Anche qui eroi da dimenticare, 32 icone che i berlinesi chiamavano “bambole”. Per il periodo della Grande Guerra il “Monumento ai ferrovieri caduti” è particolarmente toccante: raffigura un uomo forte che si inginocchia e piega la testa in lutto. E poi alcune opere dello scultore del Terzo Reich, Arno Breker: molte furono distrutte dopo la sconfitta del nazismo - anche se lui continuò a esercitare la sua arte e famoso è un suo busto di Dalì - ma qui si trova “Il decatleta” del 1936, uno dei simboli dello sport hitleriano che si voleva rifare alla bellezza classica greca e romana e alla possenza germanica. In questa sala è esposta anche una pietra di otto tonnellate, il cui scopo era quello di rappresentare l’abilità ingegneristica germanica. Ci sono molti altri monumenti e statue in quest’ultima sezione della mostra, che riflettono l’ideologia socialista e l’amicizia tedesco-sovietica, nonché la lotta delle classi lavoratrici contro il capitalismo e il fascismo.


IL SIMBOLO
Ma il simbolo di questo museo è Lenin. O meglio la sua testa, la gigantesca testa di una gigantesca statua dedicata al leader sovietico che torreggiava diciannove metri sopra Berlino Est. Con la caduta del muro e la riunificazione della città la statua svenne smontata nel 1991 e portata altrove. Lo ricorda con una scena cult il film del 2003 “Goodbye Lenin” dove si vede un pezzo del busto della gigantesca statua che viene portata dagli elicotteri sopra Stalinallee (ora Karl-Marx-Allee): una citazione felliniana della “Dolce vita” anche se a volare allora era una statua di Gesù. La casa della mamma del protagonista si trovava non lontano da Leninplatz, oggi Platz der Vereingten Nazionen (Piazza delle Nazioni Unite). La vera statua fu fatta a pezzi - 120 pezzi - e sotterrata tra gli alberi del distretto di Köpenick. Venne ritrovata per caso nel settembre del 2015 e portata proprio al Museo di Berlino dove è diventata l’attrazione numero 1. «È stato molto difficile averla per la mostra, ci sono state molte resistenze - spiega la direttrice - alcuni politici temevano di trasformare la testa di Lenin nuovamente in un monumento e che potesse diventare un oggetto della memoria». E anche per questo è stata scelta solo la testa, adagiata su un lato, e non il corpo di Lenin.

LE IDEE
Ma in attesa di un nuovo museo? A combattere questa irrefrenabile voglia di cancellare ci sono stimatissimi storici come Alessandro Barbero, fresco vincitore del premio Hemingway: «Studiare la storia significa studiare il comportamento degli esseri umani: di tutti. La storia è il catalogo immenso di tutto quello che gli uomini hanno fatto sulla terra nel tempo, le cose grandiose e le porcherie, le infamie ma anche le cose banali e quotidiane». Non solo: anche gruppi di nuovi storici in prima linea in una battaglia odonomastica. Ovvero Azioni e performance per “reintitolare dal basso” luoghi delle nostre città, promosse da collettivi come quello degli scrittori Wu Ming o da Resistenze in Cirenaica, a Bologna. Cosa vuol dire? Che accanto a ogni nome o strada o battaglia ci sia una spiegazione di chi sono quei personaggi e di cosa dicono ora a noi, uomini del XXI secolo. Una vera proposta per il futuro.

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