Soleimani, il figlio di contadini fedelissimo di Khamenei: sua la regia dell'espansionismo di Teheran

Soleimani, il figlio di contadini fedelissimo di Khamenei: sua la regia dell'espansionismo di Teheran
di Gianluca Perino
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Sabato 4 Gennaio 2020, 15:30 - Ultimo aggiornamento: 15:43

Silenzioso e spietato. Qassem Soleimani, il generale iraniano ucciso ieri a 62 anni in Iraq, proveniva da una famiglia contadina che viveva sulle montagne nei pressi di Rabor, nella parte sud-orientale del Paese. E da quella gente, abituata a vivere con poco, aveva ereditato l'attenzione all'uso delle parole. Una caratteristica che in seguito si rivelerà fondamentale nella sua scalata ai vertici della Repubblica Islamica, dove mezza frase di troppo può far precipitare anche la più brillante delle carriere. E non solo.
 

 


Fin da bambino, raccontano le cronache, il piccolo Qassem era taciturno. Guardava il suo interlocutore, ascoltava e rifletteva: se era il caso rispondeva, altrimenti liquidava la questione con un piccolo gesto del capo. Ma la sua infanzia, come quella di tanti altri bambini nati negli anni Cinquanta nelle aree rurali del Paese, è finita molto presto: per ripianare alcuni debiti contratti dal padre, a 13 anni già lavorava tra gli operai della Kerman, la compagnia che gestiva il sistema idrico iraniano. Era anche soprannominato «il ladro di capre», perché quando tornava dai raid riportava sempre con sé una capra sottratta ai nemici.
LA NUOVA VITA
La svolta nella sua vita poco dopo i venti anni, quando decide di entrare nelle Guardie Rivoluzionarie. Nei ranghi del braccio armato dell'Ayatollah Khomeini partecipa nel 1979 al rovesciamento dello Shah Reza Pahlavi e poi si distingue nella lunga guerra contro l'Iraq, dove mostra coraggio ma anche spietatezza nei confronti dei nemici. A quel punto la sua carriera appare lanciata. Ma c'è un intoppo. Il presidente Rafsanjani non gradisce la sua posizione critica sulla questione delle «morti senza significato» (la strategia iraniana che prevedeva la corsa dei combattenti sui campi minati nemici per fare da apripista ai mezzi corazzati) e lo mette da parte per un paio di anni. Ma poi, nel 1998, Soleimani torna in auge come capo della Forza Qods, la potente divisione delle Guardie della rivoluzione responsabile delle operazioni oltre confine, il ruolo che ricopriva anche ieri al momento della sua uccisione.
I MISTERI
Più volte dato per morto in seguito ad attentati, è sempre improvvisamente risorto. Nel 2006 è persino sopravvissuto ad un incidente aereo nel quale morirono molti uomini di sua fiducia. Per tutto questo, in particolare nei primi anni, la sua figura è stata avvolta dal mistero, un po' come la divisione che guidava. Ma con il passare del tempo le cose sono cambiate, al punto che soltanto due giorni fa il Times lo aveva inserito tra «I Venti volti che potrebbero dare forma al mondo nel 2020». Una scelta, quella del quotidiano, che non è piaciuta a Stati Uniti ed Israele, che lo considerano un terrorista e un assassino, responsabile della morte di migliaia di persone.
La figura di Soleimani cresce con il ruolo iraniano nella guerra civile siriana. È lui che coordina decine di migliaia di miliziani sciiti provenienti da Libano, Iraq, Afghanistan e Pakistan impegnati al fianco delle truppe di Assad. Proprio grazie a questo ruolo e alla direzione di milizie irachene nella guerra all'Isis, il generale dei Pasdaran acquisisce una popolarità tale da far parlare di sé come di un possibile candidato alla successione di Rohani alla presidenza iraniana. Del resto Soleimani era ritenuto da tutti, amici e nemici, stratega ed esecutore della penetrazione militare e politica dell'Iran sciita in Medio Oriente, la carta vincente che ancora permette alla Repubblica islamica di resistere alle pressioni militari ed economiche Usa.
Soleimani rispondeva direttamente a Khamenei e con lui studiava le mosse da intraprendere sullo scacchiere regionale, escludendo anche gli organi istituzionali del governo Rohani. A dimostrarlo fu lo scorso anno la visita da lui organizzata di Assad a Teheran all'insaputa del ministro degli Esteri Zarif, che per protesta rassegnò le dimissioni, poi ritirate. Era considerato a tal punto a livello mondiale, che anche Putin, prima di intervenire in Siria, decise di parlare proprio con lui. Evitava di farsi baciare la mano in pubblico e si definiva anche «il più piccolo dei soldati», ma il suo potere non aveva confini. In molti, recentemente, sono arrivati a definirlo come il personaggio più potente della Repubblica islamica dopo la Guida suprema Ali Khamenei. E probabilmente è proprio questo uno dei motivi che hanno spinto gli americani ad eliminarlo.
 

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