Scuole e prati dove c'era l'Isis, la sindaca Leila Mustafa che cura Raqqa

Scuole e prati dove c'era l'Isis, la sindaca Leila Mustafa che cura Raqqa
di Francesca Pierantozzi
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Domenica 15 Novembre 2020, 08:58

«Il nostro obiettivo è stato subito uno solo: trovare soluzioni», le frasi sono secche, il tono della voce è pacato, quasi dolce, un po' monotono. Leila Mustafa non ha certo bisogno di enfasi: la vita e la realtà che ha di fronte sono già abbastanza drammatiche. Leila è la sindaca di Raqqa. Quando ci è nata, 32 anni fa, era ancora la Perla dell'Eufrate, quando ne è diventata sindaca, nel 2017, era la Città Cimitero: 95 per cento degli edifici ridotti in macerie, 350 mila abitanti diventati 25 mila.
A 28 anni, Leila, due volte minoranza, perché donna e perché curda, ha preso in mano la sua città martoriata: martoriata dall'Isis, che per tre anni ne ha fatto la capitale del califfato seminando morte e distruzione, e poi martoriata dai bombardamenti dell'Ira dell'Eufrate, la guerra di liberazione durata cinque mesi.
IL RICONOSCIMENTO
Due settimane fa Leila ha ricevuto il premio europeo d'architettura Philippe Rotthier per la ricostruzione della città, che ricompensa ogni tre anni «una personalità che ha svolto un ruolo determinante nella promozione della cultura urbana». Chi più di lei? Quando è tornata a casa, nell'ottobre 2017, la casa non c'era più. «Dobbiamo ricostruire» aveva dichiarato semplicemente, lei che aveva fatto in tempo a laurearsi in ingegneria civile a Raqqa, prima che Raqqa fosse sbriciolata dal terrore.

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I progetti e gli studi tecnici ha dovuto però lasciarli alla sua squadra, lei ha solo deciso le priorità: i ponti e le piazze, per primi. I ponti sull'Eufrate (nessuno dei sedici era più in piedi alla fine della guerra, oggi ce ne sono di nuovo tre) e la piazza An-Naim. La piazza Paradiso, ma anche la piazza di Nain, il famoso gelataio che nel tempo di prima era il punto di ritrovo più popolare della città, Poi era diventata la piazza dell'inferno, quella dove i soldati dell'Isis esibivano le teste dei decapitati. La sindaca ha fatto togliere quelle griglie di ferro, poi ha cominciato a far portare via le macerie. Da qualche tempo il gelataio Naim ha riaperto: un simbolo. Ogni riapertura, ogni ricostruzione è un simbolo.
E' un simbolo lo stadio dove si rigioca a calcio: su quel campo avvenivano le esecuzioni. Negli spogliatoi si cambiano di nuovo i giocatori: erano diventate le celle degli interrogatori. Molti degli operai che lavorano alla ricostruzione sono stati prigionieri, molti sono stati torturati, mutilati, quasi tutti sono arabi. Una sfida di più per Leila, che da quando è sindaca parla solo arabo. «È l'incarnazione del senso di fratellanza» dice la giornalista Marine de Tilly, autrice di La femme, la vie, la liberté (edizioni Stock) scritto a quattro mani con Leila. «L'ho incontrata la prima volta a Parigi, era di passaggio, aveva un incontro a Bruxelles racconta è musulmana sunnita. Mi ha chiesto di vedere una chiesa. Siamo andate a Notre Dame. Ha una determinazione incredibile. Un'autorità naturale. Bisogna vederla a Raqqa, lavorare con quasi soli uomini poco abituati non solo a lavorare, ma anche a discutere con una donna. Figuriamoci ad ascoltarla».

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Nonostante la diffidenza degli uomini e della maggioranza araba della città, Leila è stata ogni volta confermata alla guida di Raqqa. Circa 50 mila persone sono tornate da quando la città è stata liberata. Prima, Leila ha condotto da sindaca l'operazione più importante: sminare. Le strade, le case, le piazze, tutto. L'Isis lo aveva detto nel suo ultimo comunicato prima dell'ultima battaglia: «Se mai dovremo lasciare la capitale, sappiate che non avrete tregua. Per anni, le nostre mine saranno il vostro incubo peggiore». «Soltanto il primo anno ne abbiamo ritirate più di 8 mila», dice Leila, che aggiorna volentieri il suo bilancio: 24 impianti per la potabilizzazione dell'acqua, 220 chilometri di canali di irrigazione, 18 fra ospedali e ambulatori, 319 scuole.
NIENTE VITTIMISMO
Nessuna propaganda, che non sa fare e non ama, nessun vittimismo: «la gente di Raqqa mi ha scelta perché io ricostruisca una vita, una democrazia, non vogliono certo che io aggiunga le mie lacrime alle loro». Preferisce sottolineare quello che c'è da fare, le tante cose che non vanno ancora: «Gli ospedali non bastano. L'Isis mutilava per punire, abbiamo bisogno di protesi e di più sale operatorie». Con la vita, i cittadini hanno ritrovato la possibilità di denunciare i problemi: l'acqua potabile non c'è dovunque, l'elettricità nemmeno. La maggior parte degli edifici privati sono da ricostruire, restano ancora montagne di macerie».

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Intanto sono tornati i tradizionali taxi gialli siriani. E anche loro cominciano con le rimostranze alla sindaca: per le strade ci sono troppe buche, a volte addirittura dei crateri. Per Leila Mustafa il segno che la ricostruzione funziona: Raqqa sta ridiventando una città normale.
 

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