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Sanzioni congelate, c'è il veto di Orban: «Sbagliato inserire Kirill nella black list»

Sanzioni congelate, c'è il veto di Orban: «Sbagliato inserire Kirill nella black list»
di Gabriele Rosana
4 Minuti di Lettura
Giovedì 2 Giugno 2022, 08:58

L'Ungheria torna a mettersi di traverso sulle sanzioni Ue alla Russia. E stavolta, dopo le concessioni sul petrolio, vuole escludere il patriarca ortodosso Kirill dalla black list. Sembrava tutto fatto, e invece la saga del sesto pacchetto di misure che ha tenuto le cancellerie europee con il fiato sospeso per quasi un mese ha offerto un inatteso finale di stagione.

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La riunione

Ieri, nel giorno in cui la riunione ordinaria del Coreper, il comitato dei rappresentanti permanenti dei Ventisette a Bruxelles, avrebbe dovuto mettere il sigillo formale sul nuovo pacchetto contro Mosca validato nella notte tra lunedì e martedì dal summit dei leader - e che contiene pure una stretta contro le banche -, si è registrato un nuovo intoppo. E, pur con i testi legislativi già tradotti e pronti per la pubblicazione ufficiale e l'entrata in vigore, gli ambasciatori hanno dovuto rinviare la decisione. Aprendo un nuovo delicato fronte negoziale affidato alla Francia, che ha la presidenza di turno del Consiglio. All'origine della battuta d'arresto è ancora una volta Budapest, che al termine del lungo negoziato chiuso appena due giorni fa aveva ottenuto imponenti deroghe che di fatto esentano il Paese dal divieto di importazione di petrolio russo e la previsione di aiuti in caso di interruzione delle forniture via oleodotto. Già a inizio maggio, in un'intervista con una radio ungherese, il premier Viktor Orbán aveva scandito la sua contrarietà alle sanzioni contro Kirill, citando timori per la libertà religiosa, ma l'obiezione si era poi inabissata senza essere condivisa con gli altri leader Ue al Vertice. Il capo della Chiesa ortodossa russa, molto vicino a Vladimir Putin (tanto che papa Francesco lo ha invitato a non diventare il «chierichetto del Cremlino»), aveva giustificato l'invasione dell'Ucraina, «agendo da megafono del Cremlino»: da qui la scelta di Bruxelles di includerlo tra gli individui sanzionati, con il congelamento dei beni nell'Ue e lo stop ai visti.

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Nel giorno in cui Budapest è tornata a tirare la corda, la spaccatura nell'Europa orientale un tempo piuttosto coesa, messa a nudo dalla guerra, è apparsa ancora più evidente, visto che la Polonia ha ottenuto invece l'approvazione da parte della Commissione del suo Recovery Plan dal valore di quasi 36 miliardi di euro, bloccato da un anno - al pari di quello ungherese - a causa del braccio di ferro sullo stato di diritto. Ma dall'inizio dell'invasione dell'Ucraina, Varsavia e Bruxelles si sono molto ravvicinate, con la Polonia che è diventata il principale Paese di accoglienza dei rifugiati e tra i più attivi sul fronte delle sanzioni. La svolta, con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen attesa oggi a Varsavia, è arrivata in seguito all'adozione, da parte della Camera bassa del Parlamento (e quindi non ancora definitiva), di una legge che abolisce la sezione disciplinare della Corte Suprema, al centro del conflitto con Bruxelles. La mancata sospensione delle attività dell'organo, ordinata dalla Corte di Giustizia Ue, era valsa a Varsavia una multa giornaliera da un milione di euro che aveva infiammato i toni con Bruxelles.

 

Il via libera

Il via libera al Pnrr polacco «è legato a chiari impegni del Paese sull'indipendenza della magistratura, che dovranno essere rispettati prima di poter effettuare qualsiasi pagamento», ha precisato von der Leyen. Ma sul punto la presidente si è scontrata con due dei suoi tre potenti vice: l'olandese Frans Timmermans e la danese Margrethe Vestager hanno infatti votato contro la decisione, echeggiando l'opposizione di vari altri commissari, in particolare quelli che più da vicino hanno seguito il dossier stato di diritto. Il Consiglio ha adesso quattro settimane per l'adozione definitiva.

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