Usa, sabato sera i caucus del Nevada: le primarie dem alla prova di uno Stato multietnico. Bernie conduce nei sondaggi, ma Bloomy non è in lista

Venerdì 21 Febbraio 2020 di Anna Guaita
Bloomberg e Sanders al dibattito d las vegas
​NEW YORK – Nuovo appuntamento nella lunga corsa delle primarie democratiche. Sabato sera per la prima volta sentiremo il responso di uno Stato multietnico, che rappresenta gli Stati Uniti meglio che non i due che abbiamo già sentito, l’Iowa e il New Hampshire. Le primarie atterrano nel Nevada, dove si tengono le assemblee elettorali note come “Caucus”. I sondaggi danno come pesantemente favorito il 78enne senatore del Vermont Bernie Sanders, seguito dall’ex sindaco di South Bend Pete Buttigieg e dalla senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren. La lista continua con la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar e l’ex vicepresidente Joe Biden. Manca però nella sfida l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, che ha scelto di aspettare l’appuntamento del Super Tuesday del 3 marzo, per scendere in campo.
 
Dopo la scarsa performance di Bloomberg al dibattito dello scorso mercoledì, le speranze dei moderati su una sua vittoria veloce si sono un po’ raffreddate. L’ex sindaco, al nono posto fra gli individui più ricchi del mondo con un patrimonio personale sopra i 60 miliardi di dollari, non è esattamente un personaggio dal carisma trascinante. Sobrio e succinto, non brilla affatto sul palcoscenico. E questo fa temere che in un eventuale scontro a due con Donald Trump possa venir ​«divorato», come ha detto ieri Sanders, che vuole instillare nel pubblico il sospetto che pur con tutti i suoi soldi alla fine Bloomberg sia il meno eleggibile.
 
Bernie però ha finora attirato solo quel 30 per cento di sostegno, uno zoccolo duro di fedelissimi, che esprime l’ala sinistra del partito. Bisognerà vedere se nel Nevada, e poi nella Carolina del sud, che vota la settimana prossima, riuscirà a risucchiare almeno parte del voto moderato, che rappresenta la maggioranza del partito e attualmente è diviso fra gli altri contendenti. Se si mettono insieme le percentuali degli altri, infatti, si arriva a quasi il 70%, e cioé il partito democratico tradizionale, più centrista, che non si vuole schierare con lui.
 
Ma se Elizabeth Warren, anche lei voce dell’ala progressista, ha cercato di moderare le sue proposte, soprattutto sul fronte dell’assistenza sanitaria, Bernie si rifiuta di farlo. Il guaio, dal punto di vista dei moderati, è che le proposte del senatore appaiono esagerate e massimaliste, e per di più difficilmente realizzabili in un Paese in cui anche passare la limitata riforma dell’Obamacare è stata un’impresa epica che ha richiesto due anni di negoziati e compromessi.

Eppure con le sue promesse Bernie attira grandi folle entusiaste, felici di sognare un futuro in cui l’assicurazione medica sarà gratuita e per tutti, i ricchi verranno tassati di più, le università saranno gratuite, le pensioni saranno più alte e garantite per tutti, e i datori di lavoro dovranno avere una “giusta causa” per poter licenziare i dipendenti.
 


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