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Rugby League, giocatori australiani non vogliono indossare la nuova maglia arcobaleno e boicottano partita chiave stagione. Che cos'è il rugby a 13

I dirigenti del club sono stati costretti a convocare una riunione con i giocatori che hanno affermato che si sarebbero rifiutati di indossare la maglia per «motivi religiosi e culturali»

I giocatori della Manly Warringah Sea Eagles australiana di rugby
di Leonardo Jattarelli
6 Minuti di Lettura
Martedì 26 Luglio 2022, 16:52 - Ultimo aggiornamento: 27 Luglio, 07:54

L’annosa questione della inclusività in campo sessuale e delle difficoltà che deve affrontare il mondo LGBT aggiunge un nuovo tassello alla sua storia. L’ultimo caso arriva dall’Australia: sette giocatori australiani di rugby league hanno infatti promesso di boicottare una partita “chiave” dopo che la squadra ha annunciato che avrebbe indossato una nuova maglia dell’orgoglio arcobaleno, scatenando un dibattito molto acceso.

Ieri mattina i Manly Warringah Sea Eagles, con sede a nord di Sydney, hanno svelato la striscia - che presenta strisce arcobaleno sul collo, sulle maniche e attorno al logo dello sponsor -, affermando che mostrava sostegno alla «inclusività e diversità».

Rugby Union e Rugby League

Il Rugby League non va confuso con il Rugby Union. Il Rugby Union è quello più diffuso nel mondo, si gioca in 15 ed è caratterizzato, fra l'altro, dalla mischia. E' quello più noto e giocato anche in Italia, è quello del Sei Nazioni. Solo nel 1995 il Rugby Union è diventato professionistico ma solo l'1% dei suoi praticati viene pagato per giocare.

Il Rugby Union si gioca in 13, si avanza con serie di tentativi, di fatto la mischia non viene utilizzata, e, soprattutto, è professionistico fin dal 1895. Si rese indipendente dal Rugby Union proprio per la scelta di pagare i giocatori che, potendo dedicarsi a tempo pieno al gioco e agli allenamenti, divennero fisicamente assai più potenti dei giocatori del Rugby Union. Il Rugby League si è diffuso ed è praticato ad alto livello solo nell'Inghilterra del Nord, in tre stati dell'Australia e nella zona pirenaica della Francia, in Papua Nuova Guinea.

Poche ore dopo, i dirigenti del club sono stati costretti a convocare una riunione di crisi con i giocatori che hanno affermato che si sarebbero rifiutati di indossare la maglia per «motivi religiosi e culturali», e di non essere stati consultati in anticipo sulla decisione.

E così, quello che doveva essere un simbolo di unione è diventato un marchio di divisione poiché una leggenda di club apertamente gay, dirigenti della league, presentatori radiofonici e persino il Primo Ministro sono stati trascinati in un dibattito che oscura lo stesso sport.


Nel frattempo i Manly decidono la convocazione dei giocatori di riserva per la partita di giovedì prossimo che potrebbe rivelarsi cruciale per le loro possibilità di vincere il campionato, dopo che il proprietario, Scott Penn, ha categoricamente escluso l’abbandono della striscia.

Il signor Penn, un multimilionario che trascorre metà dell’anno a Brooklyn, ha dichiarato: «Non è mai stata solo una questione di orgoglio. Si trattava di dire che vogliamo tutti nel gioco e far sentire che ognuno può essere coinvolto. Non costringeremo certo chi non vuole a giocare, ma ci impegniamo per il mantenimento della maglia e per l’inclusione. Non ci allontaniamo dalla nostra posizione».

La polemica molto delicata ha avuto inizio lunedì, quando Manly ha svelato la maglia “Everyone in League” in collaborazione con il marchio Dynasty Sport.

Ma l’umore si è rapidamente inasprito quando altri sette giocatori, Josh Aloiai, Jason Saab, Christian Tuipulotu, Josh Schuster, Haumole Olakau’atu, Tolutau Koula e Toafofoa Sipley - si sono rifiutati di indossarla.

Le regole della lega vietano ai giocatori della stessa squadra di indossare divise diverse e si dice che il signor Penn abbia telefonato da New York per l’incontro, dicendo ai giocatori che non avrebbe ritirato la sua decisione. È stato quindi lasciato all’allenatore Des Hasler e al capitano Daly Cherry-Evans il compito di affrontare le critiche dei media dopo i colloqui e spiegare che il boicottaggio dei giocatori sarebbe andato avanti.

La leggenda del club, Ian Roberts - che è diventato il primo giocatore di rugby league a dichiararsi gay nel 1995 - è stato il primo a reagire alla decisione dei giocatori, dicendo che questa situazione «mi spezza il cuore. È un atto triste e come uomo gay più anziano, devo dire che non si tratta di una situazione insolita purtroppo. Sono sicuro che ogni ragazzino sulle spiagge del nord che ha a che fare con la propria sessualità ne avrebbe sentito parlare e avrebbe risposto positivamente all’iniziativa». 

Anche le personalità della radio si sono affrettate a prendere posizione, con Mark “MG” Geyer - lui stesso un ex della Rugby league  - che ha accusato il club: «Indosserei la maglia se giocassi? Giuro che lo farei», ha detto agli ascoltatori del suo programma in onda all’ora di colazione. «Il miglior giocatore uscito dai Manly è stato Ian Roberts. Indosserei la maglia solo per lui, per essere l’unico giocatore abbastanza coraggioso da uscire allo scoperto e dire... sono gay».

Anche il primo ministro Antony Albanese ha contribuito a sostenere i capi delle squadre, dicendo «è una buona cosa che lo sport sia più inclusivo» e che gli australiani dovrebbero «rispettare tutti per ciò che sono».

Sostenitore di una sanità pubblica gratuita, sempre dalla parte dei diritti della comunità Lgbtq+, anti-monarchico, Anthony ha parlato spesso delle sue umili origini come di un punto di forza. Non a caso è un grande appassionato di rugby league, il rugby a 13, la versione più "popolare" dei giochi con la palla ovale che in Australia prevede anche l'Aussie Rules. Albanese è "tifoso a vita" dei South Sydney Rabbitohs, di cui è stato anche componente del board maturando una forte amicizia con il proprietario Russell Crowe, l'attore neozelandese naturalizzato australiano, protagonista del Gladiatore.


Paul Gallen, un veterano di questo sport, ha criticato invece i Manly dicendo che la squadra avrebbe dovuto «lasciar perdere. Penso che tutti accettino che ci sono persone diverse nella vita, che hanno credenze diverse - ha detto -. Non so perché hanno voluto promuovere questo, ad essere onesti... non credo che fosse la cosa giusta da fare».
Non è la prima volta che il rugby australiano si trova al centro di discussioni sull’inclusività nello sport. Israel Folau, che ha giocato nella rugby league ma era meglio conosciuto per l’Australia nel rugby union, è stato espulso dalla squadra nazionale nel 2019 per le sue opinioni anti-LGBT. 

Il terzino, che era già stato avvertito per i post polemici che aveva pubblicato sui social media, ha visto il suo contratto strappato dopo aver scritto che «l’inferno attende gli omosessuali». Il post completo di Folau diceva: «Ubriachi, omosessuali, adulteri, bugiardi, fornicatori, ladri, atei e idolatri - l’inferno vi aspetta».

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