Il climatologo Michael E. Mann: «Per salvare il Pianeta, la tecnologia non basta»

L'nstallazione "Gaia" dell'artista Luke Jerram: un grande globo appeso nelle sale del Royal Naval College di Greenwich, Londra
di Nicolas Lozito
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Lunedì 8 Novembre 2021, 10:09

Michael E. Mann è professore emerito di Scienze atmosferiche presso la Penn State. Statunitense, classe 1965, è co-fondatore del pluripremiato sito web scientifico RealClimate.org e ha pubblicato numerosi saggi, tra cui “La nuova guerra del clima”, uscito in Italia a settembre (Edizioni Ambiente, 304 pagine, 24 euro) e al centro di un incontro, sabato scorso, del National Geographic Fest di Milano, manifestazione che durerà fino al 12 novembre.

Professor Mann, partiamo dall'attualità: in questi giorni a Glasgow si sta tenendo la COP26, la grande assemblea mondiale che decide le sorti della lotta al climate change. Si chiuderà nel fine settimana, ma intanto possiamo fare un bilancio: è fiducioso che gli Stati trovino il giusto accordo?
«L'aspetto da cui questi negoziati dipendono è chiaro: il ruolo della Cina. Al momento è il Paese che emette più CO2 al mondo (circa il 28% del totale, ndr) e non è ancora chiaro quanto si voglia impegnare a ridurre le proprie emissioni».
La Cina, così come l'India, difende il proprio livello di emissioni attuali mettendole a confronto con le emissioni storiche dei Paesi occidentali: sommando le emissioni dal 1970 a oggi, USA e Europa sono i più grandi inquinatori. Che ruolo hanno gli Stati Uniti e il Vecchio continente?
«Duplice. Da una parte devono dimostrare che le loro promesse sono concrete, e trasformarle presto in piani e programmi. Gli Stati Uniti e l'Europa hanno promesso una riduzione di oltre il 50% delle emissioni entro il 2030, ora devono mostrarci come faranno. Non solo: ora devono essere in grado di offrire assistenza ai Paesi in via di sviluppo che già oggi subiscono gli effetti dell'emergenza climatica. Uno degli obbiettivi di Parigi era la creazione di un pacchetto di aiuti da 100 miliardi all'anno. Ma il fondo non è ancora pronto perché non tutti gli Stati ricchi hanno messo la loro quota».


Politici, istituzioni e media sono tutti d'accordo su un aspetto: questo momento è decisivo. Abbiamo ancora pochi anni per rimanere entro un livello sicuro di innalzamento della temperatura media del pianeta da qui al 2100: +1,5°C rispetto alla temperatura pre-industriale. Al momento le previsioni, però, dicono che, continuando così, la temperatura salirà oltre 3°C. Quello del grado e mezzo è un obiettivo fattibile? Esiste una ricetta reale?
«Sì, e in realtà non è così complicato. Dobbiamo decarbonizzare la nostra economia in fretta, eliminando petrolio, gas e carbone. Dobbiamo ridurre le emissioni globali del 50% entro il 2030, e arrivare a emissioni nette zero entro il 2050. Gli ostacoli per raggiungere i target non sono fisici, non sono naturali o tecnici: sono politici».


Ovvero?
«I governi e le istituzioni devono avere il coraggio e la forza di prendere decisioni vere e immediate. Senza prestare il fianco agli interessi degli inquinatori».


Nel mondo occidentale i dibattiti intorno al climate change sono sempre più polarizzati, e ciò genera scontri politici molto forti che rallentano i progressi. C'è modo di cambiare lo scenario?
«Non è un caso che ci troviamo in una situazione simile. Gli interessi economici delle grandi aziende delle fonti fossili hanno provato per anni a trasformare un tema scientificamente inattaccabile perché il climate change è reale e dimostrato da più di trent'anni in una questione opinabile. Hanno finanziato e supportato i politici che avanzano tesi negazioniste, e diffuso dati sbagliati e fake news. Anche se ora il negazionismo non è più così diffuso, c'è comunque un altro fenomeno in corso: quello che io chiamo innativismo climatico».


Di cosa si tratta?
«Chi non vuole agire per combattere il climate change oggi tende a rimandare, a deviare l'attenzione, a far nascere dubbi: il negazionismo si è trasformato in procrastinazione».


Qual è la fake news più dannosa in questo campo?
«Il disfattismo. Sostenere che non ce la possiamo fare non solo è sbagliato scientificamente, perché siamo ancora in tempo, ma è anche errato a livello sociale e psicologico, perché porta le persone a rinunciare al cambiamento».


Alcuni attivisti per l'ambiente mettono in guardia da chi fa troppo affidamento sulle innovazioni future per risolvere i problemi ambientali. Altri invece sono fiduciosi dell'arrivo dell'invenzione che risolve tutti i problemi. La tecnologia è un alleato o un falso amico in questa battaglia?
«Può essere amica e nemica. Dobbiamo sicuramente sviluppare e investire nelle tecnologie verdi: impianti fotovoltaici, batterie, cattura della CO2. Ma allo stesso tempo non possiamo fare affidamento sulle promesse delle tecnologie del futuro. Non c'è nessuna magia che può salvarci all'improvviso: il lavoro deve essere capillare».


Oggi abbiamo abbastanza strumenti per abbattere le emissioni di gas serra nell'aria?
«Oggi no. Non abbiamo ancora abbastanza impianti di energia rinnovabile per basarci solo su di essa. Ma abbiamo tutte le tecnologie per farlo nei tempi che ci servono. Sostenere il contrario equivale a mentire».


Un recente sondaggio internazionale dell'Università di Bath ha dimostrato che i giovani della Generazione Z (16-25 anni), i più attivi sulla questione climatica, sono anche quelli che soffrono di più di eco-ansia, ovvero un disturbo che porta a crescente preoccupazione per il destino del Pianeta. C'è chi pensa di rinunciare ai figli, chi si sente stretto dall'agitazione a scuola e al lavoro. Che consiglio dà a questi giovani per superare la paura?
«Non cadete nella disperazione e del disfattismo. Perché si tratta di una trappola, bella e buona, creata da chi vuole continuare a inquinare. Mantenete la calma e capite che c'è tempo e modo per evitare la catastrofe globale. C'è urgenza, però, ed è necessaria l'azione. Vale per tutti: dobbiamo combattere le forze dell'inazione e fare pressione sui politici perché prendano le decisioni giuste».

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