Aereo caduto in Etiopia, la madre di Maria Pilar Buzzetti: «Ho aspettato invano la sua telefonata»

Lunedì 11 Marzo 2019 di Raffaella Troili
Maria Pilar Buzzetti, vittima romana dell'aereo caduto, aveva da poco compiuto 30 anni

Maria Pilar Buzzetti, 30 anni da poco compiuti, ogni volta che atterrava avvisava la madre. Ieri quella telefonata non è arrivata e il presentimento della tragedia ha preso corpo nella sua casa di Prati non appena si è diffusa la notizia del disastro aereo di Addis Abeba. Poi la conferma ufficiale da parte della Farnesina, alle 14,57. Su quel volo c'era anche lei, con la sua voglia di vivere, viaggiare, aiutare i Paesi in difficoltà, intraprendere la carriera diplomatica.

Maria Pilar Buzzetti si era laureata prima a Roma Tre per poi specializzarsi alla Luiss in Relazioni internazionali ed uscirne con 110 e lode. Dopo un master di preparazione alla carriera diplomatica, ha lavorato per quasi quattro anni al World Food Programme dell'Onu. Era stata consulente anche per l'associazione di studio, ricerca e internazionalizzazione in Eurasia e Africa, e volontaria con il gruppo di Medici Senza Frontiere.
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UNA GRANDE PASSIONE

Bella, solare, sportiva, piena di amici, un sorriso contagioso e una passione umanitaria che l'aveva portata in giro per il mondo. Viveva con la mamma, interprete in simultanea d'inglese e spagnolo e l'adorata nonna. La sorella lavora a Londra, il padre è commercialista. Ieri appresa la notizia si è messa in viaggio verso Roma, troppo dolore: né lei né la mamma hanno avuto la forza di parlarsi. «Il volontariato era il suo lavoro - ricorda la zia Antonella Alibrandi - conosceva le lingue, aveva anche fatto le medie alla Scuola spagnola, era davvero in gamba».
La mamma Annarita sapeva che avrebbe dovuto prendere quel volo. Ha aspettato invano notizie dell'atterraggio, come sempre. «Ma ha immaginato subito che non era arrivata a destinazione». Poi è arrivata una prima conferma da parte del capo di Pilar, sono cominciate le telefonate ai parenti. Prima di chiudersi nel dolore in casa. «Lasciatemi sola, scrivetemi ma non mi chiamate».

UN TEAM DI GIOVANI
Assieme a Virginia Chimenti, altra giovane vittima, operavano in Africa e per conto del World Food Programme dell'Onu stavano andando a Nairobi dove avrebbero partecipato alla conferenza sul clima organizzata dalle Nazioni unite. Viaggiavano con un team di altri giovani ragazzi di varie nazionalità - Cina, Irlanda, Serbia - inseguendo il sogno di un mondo migliore.
Vitale, socievole, il suo profilo Facebook come anche Instagram raccontano l'impegno nei Paesi poveri e martoriati dalla guerra, i suoi viaggi continui, le foto dall'alto, dal finestrino di un aereo o in mezzo ai bambini in Darfur. Ma anche sprazzi di vita normale al mare con nonna, in palestra, bellissima, mentre volteggiava su un cerchio appeso in aria, allenandosi nell'aerial hoop. Era single e tosta. Anche se nella sua immagine del profilo era rimasta una foto ironica di Alice nel paese delle meraviglie. E con quella meraviglia aveva imparato a guardare e documentare l'orrore della povertà e la guerra. Partire era la sua vita. Lo sapevano tutti.

Ultimo aggiornamento: 12:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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