Regno Unito, voto nel caos: May può lasciare già domani

Giovedì 23 Maggio 2019 di Cristina Marconi

Il piano di Theresa May sulla Brexit non piace, non è mai piaciuto in nessuna delle sue versioni, ma nel momento in cui il partito conservatore si avvia a un'umiliazione annunciata alle elezioni europee le urne si aprono oggi nel Regno Unito, il Brexit party di Nigel Farage veleggia verso il 30% nei sondaggi è la stessa sopravvivenza politica della premier ad essere appesa a un filo.

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L'OFFENSIVA
Era già successo in passato, ma questa volta il partito è davvero arrivato alla corda e l'accordo nuovo presentato martedì scorso dalla May, con tanto di apertura nei confronti del secondo referendum per cercare di cogliere qualche voto laburista, ha fornito il casus belli per quello che ha tutta l'aria di un assalto finale.
Il valzer delle dimissioni, spettacolo consueto con 36 addii in meno di tre anni, è ripreso nella tarda serata di ieri con un pezzo da novanta come la leader dei Comuni Andrea Leadsom, che in una lettera ha dichiarato che «non saremo un Regno Unito veramente sovrano con l'accordo proposto» e ha sottolineato il «collasso della responsabilità collettiva» all'interno del governo.

SILENZIO
La May, dopo aver cercato di difendere la proposta avanzata martedì pomeriggio di portare a Westminster un accordo leggermente modificato rispetto a quello già bocciato sonoramente per ben tre volte nei mesi passati, si è chiusa nel silenzio, non ha voluto incontrare nessuno e ha respinto le pressioni per dimettersi ieri sera.
In un'aula in cui molti deputati brillavano per la loro assenza, la premier aveva cercato di illustrare i «dieci impegni vincolanti» con cui «arriveremo più vicino al futuro luminoso che aspetta il nostro Paese una volta che supereremo l'impasse politica e realizzeremo la Brexit»: diritti per i lavoratori, tutela dell'ambiente, allineamento alle regole del mercato unico per evitare controlli alle dogane e soprattutto opportunità per il parlamento di votare sulla possibilità di un secondo referendum prima della ratifica dell'accordo, che in prima lettura avrebbe dovuto essere presentato il 7 giugno, ipotesi ormai sempre più remota.

LA PROMESSA
Con la promessa di organizzare il referendum qualora i deputati decidessero a maggioranza di cercare di rovesciare il responso delle urne del 23 giugno del 2016. Troppo per i conservatori, che non sono riusciti in questi anni a riunirsi intorno a una proposta alternativa a quella della May, ma che in questo momento non possono prendere atto del fatto che la premier è troppo debole per sbloccare una situazione che si sta incancrenendo.

LE POSIZIONI
Non sono più gli estremisti brexiteer alla Jacob Rees-Mogg ad attaccarla: qui è il centro, l'ala moderata del partito a pensare che ci voglia una nuova soluzione. Graham Brady, che presiede il Comitato 1922, organo direttivo del partito conservatore, ha dato appuntamento alla May per venerdì, quando presumibilmente le farà presente l'esiguità del sostegno di cui gode. Le regole, al momento, blindano la porta di Downing Street: essendo sopravvissuta al voto di sfiducia di dicembre scorso, la premier non potrà essere attaccata fino alla fine dell'anno, ma la situazione attuale è assai straordinaria e ci sarebbe una maggioranza di membri del comitato a favore di un cambio di regole per evitare di dover attendere dimissioni spontanee.

LO STALLO
La premier ha già messo sul piatto la sua testa a data da destinarsi in caso di approvazione dell'accordo, ma questo non è bastato a sbloccare alcunché. Il problema non si risolve, l'unica è voltare pagina e cambiare approccio.
 

Ultimo aggiornamento: 10:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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