Libia, dopo due mesi la guerra è in stallo. Ma Haftar combatte ancora

Lunedì 3 Giugno 2019
La guerra in Libia è cominciata due mesi fa e potrebbe durare ancora chissà quanto: le due forze contrapposte (quelle che riconoscono il governo di Tripoli e quelle guidate dal generale Haftar che invece non accetta la riunificazione del Paese) sono ormai in una fase di stallo che non sembra potersi sbloccare. Domani, quando i musulmani celebreranno l'Eid al-Fitr, la festa che mette fine al Ramadan, saranno passati due mesi dall'inizio dell'offensiva annunciata in pompa magna dal generale Khalifa Haftar per liberare la capitale libica da quelli che lui chiama «terroristi». Ma l'ambizione dell'uomo forte della Cirenaica di marciare rapidamente su Tripoli cacciando il governo del premier Fayez Al Serraj sostenuto dalle Nazioni Unite si è rivelata poco realistica. L'azione delle forze di Haftar ha via via perso slancio trasformando la battaglia di Tripoli in uno stanco assedio.

Dopo, infatti, le vittorie militari della prima fase, la spinta in avanti dell'autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) si è andata progressivamente esaurendo. Ma i combattimenti non si sono fermati, in particolare nella periferia sud di Tripoli. L'ultimo bilancio fornito dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) in Libia parla di 607 morti, compresi 40 civili, e 3.261 feriti. I molteplici appelli a fermare le violenze lanciati dalle capitali che hanno voce in capitolo nella crisi libica, dai Paesi del Golfo agli Stati europei, sono rimasti inascoltati, azzerando di fatto il lavoro dell'inviato Onu Ghassan Salamé. Poco prima dell'attacco di Haftar, proprio Salamé era arrivato a un passo dall'organizzare una conferenza tra tutte le forze in campo sul territorio libico: sarebbe stato il primo passo di un percorso che avrebbe portato la Libia a elezioni nel quadro di un processo democratico, ma con il deflagrare del conflitto la conferenza. è stata inevitabilmente annullata


«Mi sono fidato di Haftar e questo è stato senza dubbio il mio principale errore», ha dichiarato di recente in un'intervista Serraj. «Eravamo sul punto di riunirci per una conferenza e per preparare le elezioni. Invece ha lanciato un attacco a Tripoli. Mi ha pugnalato alle spalle». In ogni caso secondo il capo del consiglio presidenziale le condizioni per un processo politico oggi sono decisamente «cambiate» rispetto a quelle precedenti il 4 aprile. Haftar sembra deciso ad andare avanti e lo ha messo in chiaro anche durante la visita all'Eliseo del mese scorso, quando al presidente Emmanuel Macron (ritenuto uno dei suoi sponsor insieme alla Russia, agli Emirati e all'Egitto) ha detto che «non sussistono» al momento le condizioni per un cessate il fuoco in Libia. «Per tornare alla soluzione politica bisogna prima chiudere con le milizie», ha precisato nei giorni successivi il generale facendo riferimento ai gruppi schierati con il governo Serraj. Lo stesso concetto è stato espresso al premier Giuseppe Conte durante la sua visita a Roma del 16 maggio. Sembra caduto nel vuoto anche il recente appello del presidente della National Oil Corporation (Noc), la compagnia petrolifera libica, Mustafa Sanalla, che ha evidenziato la «violenza assurda» in Libia e ha chiesto subito un «cessate il fuoco», denunciando attacchi quotidiani contro infrastrutture civili ed il settore petrolifero.

Serraj e Haftar continuano a cercare sponde tra i loro alleati all'estero per ottenere legittimazione e affermarsi come gli unici in grado di guidare la Libia. Nelle scorse settimane il capo del consiglio presidenziale si è imbarcato in un tour europeo tra Roma, Berlino, Parigi e Londra. Più di recente è volato in Tunisia e Malta. A tutti i suoi interlocutori ha denunciato l'«aggressione» di Haftar, sottolineando che una tregua è possibile solo se le forze del generale accettassero di ritirarsi nelle posizioni che occupavano prima dell'offensiva. Anche Haftar sta continuando a tessere la sua tela diplomatica. Secondo i media russi, nei giorni scorsi il capo dell'Lna è stato in visita a Mosca e avrebbe incontrato il presidente Vladimir Putin. La missione di Haftar in Russia ha fatto seguito all'incontro avvenuto a Bengasi con il capo dell'intelligence egiziana, Abbas Kamel. Chi sembra approfittare del caos libico è il sedicente Stato islamico (Is) che in più occasioni è tornato a colpire le forze di Haftar nel sud del Paese, in particolare a Zallah e Ghadwa. Un allarme, quello sulla recrudescenza del terrorismo, ribadito di recente davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite anche da Salamé, secondo il quale «il vuoto di sicurezza creato dal ritiro dal sud di molte truppe del generale Haftar, unito al fatto che le forze occidentali (pro Serraj, ndr) si concentrano sulla difesa della capitale, è già stato sfruttato da Daesh e al-Qaeda». Ultimo aggiornamento: 23:11 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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