Libia, ecco cosa succede e perché: il Paese dei due governi tra petrolio e migranti

Lunedì 15 Aprile 2019
Libia, ecco cosa succede e perché: il Paese dei due governi tra petrolio e migranti
La Libia è nel caos e per l'Europa l'escalation militare che vede contrapposte le truppe dell'Lna (l'esercito nazionale libico) guidate dal maresciallo Khalifa Haftar che avanzano verso Tripoli e il governo di unità nazionale guidato di Fayez al-Serraj, leader libico riconosciuto dalle Nazioni Unite, è un grosso rischio. Petrolio, migrazioni, sicurezza, intelligence. Oggi quindi il Paese è diviso grossomodo in due parti: a ovest il governo di Tripoli, appoggiato dall'Onu, il cui capo è Al Sarraj, ad est il parlamento di Tobruk e l’esercito di Haftar, sostenuto da Russia ed Egitto.

L'ORIGINE DELL'ULTIMO CONFLITTO
Tutto ha avuto origine dopo il rovesciamento del colonnello Gheddafi, nel 2011. Seguono per anni le nuove offensive dell'Isis rendendo sempre più insistenti le voci di un imminente intervento militare occidentale da parte di Stati Uniti, Francia, Italia e Regno Unito, su richiesta del futuro governo di unità nazionale. Nel 2015, grazie all'accordo di pace sostenuto dalle Nazioni Unite, Serraj diventa presidente. Ma da allora, a minare il persidio c'è sempre stata l'ombra di Haftar, diventato uno dei principali comandanti dei ribelli nell'Est della Libia, proprio dopo la fine di Gheddafi.

Era il 2014 quando Haftar ha lanciato l'Operazione Dignità contro le milizie islamiche, definita una "missione" contro i terroristi, nominando l'uomo forte della Cirenaica a capo del ricostitutendo esercito libico nel marzo 2015. Ma è una
«figura controversa, enigmatica, con un senso della lealtà molto flessibile», il generale libico, Khalifa Haftar, che ha ordinato alle sue forze di entrare nella capitale libica Tripoli.

CHI E' HAFTAR
Nato in Cirenaica 75 anni fa, come ricorda l'Ansa, comandante dell'autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) e uomo forte delle autorità di Tobruk, in passato ha aiutato il defunto Muammar Gheddafi nella sua ascesa al potere, nel golpe del 1969. È stato capo di Stato Maggiore delle forze libiche fino al 1987, per poi essere scaricato dal colonnello dopo la guerra del Ciad: da prigioniero fu sconfessato da Gheddafi.

Rilasciato nel 1990 grazie agli Usa, ha vissuto per anni in America, dove - si dice - avrebbe collaborato con la Cia. Nel 1993, fu condannato in patria, in contumacia, alla pena capitale per «crimini contro la Jamāhīriyya libica». Dalla Virginia è tornato in Libia nel 2011, l'anno della rivolta contro Gheddafi (l'uomo che aveva aiutato a salire al potere e che lo aveva scaricato), e presto è diventato uno dei principali comandanti dei ribelli nell'est.

I FIGLI DEL GENERALE
E poi si sono i figli di Haftar, Khalid e Saddam. Gli osservatori internazionali evidenziano come il generale li abbia cresciuti pensando alla "successione". Ha assegnato loro ruoli di comando e condividendo con loro i suoi contatti. Secondo rapporti della stampa araba, Haftar non si fiderebbe più di nessuno e quindi avrebbe incaricato Khalid e Saddam di tenere i rapporti con i Paesi arabi
«amici» e di seguire le forniture di armi al suo autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna).

Khalid è il figlio maggiore. Ci sarebbe lui al comando dell'offensiva per liberare Tripoli annunciata il 4 aprile scorso dal generale. Saddam, invece, che sarebbe stato nei giorni scorsi a Parigi e poi a Roma, sarebbe uscito indenne da un attacco a Tripoli nel 2014. Stando ai media libici, è a capo della potente Brigata 106 dell'Lna, quella con più equipaggiamenti militari.

L'ESERCITO REGOLARE, CHE NON C'E'
L’esecutivo guidato da Al Sarraj, invece, non ha un vero controllo del territorio. Il motivo? Gli manca una forza di sicurezza vera e propria. Anche se riconosciuto dall'Onu Al Sarraj si serve di milizie che fanno capo al ministero dell’interno. Ma questi gruppi non possono essere considerati come forze regolari, visto che ognuno sembra combattere autonomamente per il controllo della capitale.

GLI INTERESSI
E veniamo alla parte politico-economica della storia, quella degli interessi che ruotano attorno alla Libia. Interessi che si riperquotono in diversi Paesi che vogliono acclarato un proprio ruolo in Libia. L’Italia è in primo piano con il trattato di Bengasi stipulato tra Roma e Tripoli durante la reggenza Gheddafi. Obiettivi: preservare gli interessi energetici, con l’Eni impegnata ad estrarre il 70% del petrolio libico e il contenimento dell'emergenza immigrazione. Infine la questione terrorismo con i 300 nostri soldati stanziati a Misurata per la missione Ippocrate e le decine di 007 impegnati a salvaguardare il nostro Paese da eventuali attentati.

Poi c'è la Francia: prima Sarkozy tra gli oppositori a Gheddafi, oggi Macron in cerca di un proprio spazio. Al centro sempre il pertiolio con Total impegnata in Cirenaica. Ma anche Mosca è attiva in Libia: con la Gazprom: E poi, per tutti, la questione sicurezza. Defilati come sempre, invece, gli Usa che mantengono operative le basi nel Niger da cui partono i droni impiegati nei raid contro l’Isis. E l’Egitto che oggi appoggia Haftar.
Ultimo aggiornamento: 17:54 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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