Joe Biden presidente, un successo dimezzato: il senato è repubblicano e rallenterà il programma

Joe Bide, un successo dimezzato: il senato è repubblicano e rallenterà il programma
di Anna Guaita
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Domenica 8 Novembre 2020, 00:47 - Ultimo aggiornamento: 20 Gennaio, 19:44

Nel momento dei festeggiamenti, nel momento del sollievo per la fine della battaglia, il campo di Joe Biden è già al lavoro. Lo stesso presidente-eletto ha fatto sapere che sta preparando il piano di un intervento federale sul coronavirus. E questo potrebbe essere un primo successo. Ma Joe sa che il suo ambizioso programma elettorale è destinato a rimpicciolirsi grandemente. Appena entra alla Casa Bianca, il 20 gennaio, il nuovo presidente dovrà avere a che fare con un Senato a maggioranza repubblicana. Solo se il ballottaggio per i due seggi della Georgia andasse miracolosamente bene per i candidati democratici il 5 gennaio, si avrebbe un Senato con 50 seggi democratici e 50 repubblicani, nel qual caso il voto della nuova vicepresidente Kamala Harris potrebbe fare da ago della bilancia. Ma i due candidati democratici della Georgia andranno al ballottaggio in svantaggio rispetto ai due repubblicani, e ci vorrà uno sforzo epico per portarli alla vittoria. 

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È molto probabile dunque che la nuova Amministrazione non potrà godere di una lunga “luna di miele”, anche perché la stessa Camera è uscita penalizzata dalle elezioni, contrariamente alle aspettative: la maggioranza di 235 a 199 che ha avuto negli ultimi due anni si assottiglia a 226 contro 209. Molti temono che il Senato repubblicano guidato dal machiavellico Mitch McConnell, rieletto tranquillamente nel suo Kentucky, gli metterà i bastoni fra le ruote come riuscì a fare con Barack Obama per sei degli otto anni della sua presidenza. 
I pessimisti sono pronti a parlare già di Biden come un presidente “anatra zoppa”, troppo anziano per ripresentarsi nel 2024, e destinato a rinunciare al suo programma elettorale per l’ostracismo del partito di opposizione. Una situazione che non può che peggiorare, con la nomina da parte di Trump di Amy Coney Barrett alla Corte Suprema, particolarmente perniciosa in caso di ricorsi, come minacciato dal presidente uscente. 

E, tuttavia, c’è un folto gruppo di “addetti ai lavori” che ben conoscono sia Biden che McConnell e che sono pronti a scommettere che i due uomini riusciranno a trovare un accordo. Biden dopotutto è quasi leggendario per la sua capacità di negoziare. Pochi ricordano però che se Obama fu in grado di passare l’Obamacare fu proprio perché mandò Biden a parlare con i senatori, tutti suoi ex colleghi e molti anche amici. 

Va inoltre ricordato che McConnell non è stato fra i critici più duri di Biden in questa campagna e anzi si è rifiutato di salire sul carro di quelli che volevano indagare sulla carriera del figlio Hunter in Ucraina e usare le (possibili ma per nulla provate) malefatte del figlio come leva per screditare il padre e la sua fama di incorruttibile. 

Non solo: Mitch fu anche l’unico senatore repubblicano ad andare ai funerali di Beau, il figlio di Biden che morì di cancro al cervello nel 2015. Ciò non significa necessariamente che fra i due ci sarà un duetto d’amore. Ma è verosimile pensare che se su alcune cose il capo del Senato farà opposizione nettissima, su altre può dimostrarsi aperto. 

I politologi già prevedono che il primo pacchetto di leggi che Biden e McConnell negozieranno sarà quello per la lotta al coronavirus e l’assistenza economica al paese. Ma posizioni di compromesso potrebbero essere trovate anche sul finanziamento delle infrastrutture, sull’allargamento della banda larga alle zone rurali, e sugli aiuti finanziari agli studenti universitari, tutte promesse elettorali di Biden, e progetti non invisi ai repubblicani. Improbabile invece che la battaglia per il “Green New Deal”, il grande piano ambientalista sposato dall’ala sinistra del partito, possa andare avanti, se non con con gli stessi executive orders a cui aveva fatto ricorso Obama e che Trump aveva meticolosamente cancellato. 

Improbabile anche che Biden riesca a fare approvare alcune nomine nel suo Gabinetto che i repubblicani vedranno come fumo negli occhi, prima di tutte quella Susan Rice, già consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza di Obama, che era favorita come segretario di Stato, ma per i repubblicani conservatori è colpevole di aver tentato di coprire la verità sul drammatico attacco terrorista di Bengasi del 2012, in cui morì l’ambasciatore Christopher Stevens. Quel che è certo è che per ogni concessione dal partito di opposizione, Joe dovrà fare ricorso a tutta la sua capacità negoziale e alla sua profonda conoscenza del Senato, in cui aveva servito per 36 anni prima di essere eletto alla vicepresidenza nel 2008.

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