Il caso Lady Huawei manda in tilt le reti

Sabato 8 Dicembre 2018 di Umberto Rapetto
Il caso Lady Huawei manda in tilt le reti

L’altroieri in Canada è stata arrestata “Lady Huawei”. Quasi contemporaneamente le telecomunicazioni in Giappone, Gran Bretagna e altre dieci nazioni sono state azzoppate da un problema sul software che gestisce le reti di un colosso Tlc come Ericsson.

Le concatenazioni cronologiche sono spesso curiose, ma aiutano a riflettere sulla gracilità del frenetico contesto in cui l’interconnessione è basilare nel ciclo biologico quotidiano. Oltre trenta milioni di utenti di 02 (imponente provider di telefonia mobile britannico) e di altri operatori come Tesco, Sky Mobile, Giffgaff e Lycamobile si sono ritrovati esclusi dal collegamento ad Internet. A larga parte di questa sfortunata platea è toccata in sorte anche l’impossibilità di effettuare o ricevere semplici telefonate.

Nel Regno Unito il blackout delle reti 3G e 4G, iniziato attorno alle 16, è stato superato solo nella tarda serata con inevitabili disagi per chi aveva comprensibili esigenze di reperibilità o contatto. Eguale fastidioso incomodo è stato vissuto in Giappone dai clienti di Softbank, che appartiene ad un gruppo imprenditoriale classificato da Forbes al 39mo posto della graduatoria delle più importanti aziende mondiali. Nonostante i tecnici siano riusciti a ripristinare i sistemi in meno di quattro ore, l’interruzione del servizio ha avuto conseguenze pesanti. Il brutto colpo è arrivato infatti pochi giorni prima dell’offerta al pubblico dei titoli di Softbank per la quotazione in borsa delle sue attività di telecomunicazioni ed ha contribuito a un calo del 5% del prezzo delle azioni del Gruppo.

La cessazione o forte limitazione del servizio di fonia e di trasmissione dati – tutt’altro che circoscritto geograficamente – è stato associato ad un problema generato da un malfunzionamento delle procedure digitali con cui vengono tenute in esercizio le reti di comunicazione. Il grave inconveniente è stato ufficialmente ricondotto ad un “certificato”, ovvero ad un insieme di istruzioni informatiche indispensabili per abilitare specifiche funzionalità. L’incomprensibile presenza di certificati “scaduti” in sistemi così delicati e all’avanguardia trova solo parziale spiegazione nella vetustà di alcuni programmi utilizzati per la gestione dei servizi di telefonia mobile. Nel comunicare che è in corso una analisi approfondita e completa delle cause dell’accaduto, l’amministratore delegato di Ericsson, Borje Ekholm, ha chiesto scusa agli operatori e ai loro clienti assicurando la più rapida soluzione dell’incidente, ma gli addetti ai lavori non escludono che l’episodio possa avere ben diversa radice.

Il primo pensiero corre all’invisibile scenario di guerra non solo commerciale delle telecomunicazioni. Chi crede ad un attacco o ad una azione dolosa premeditata, si chiede di chi possa esser la mano e subito le ipotesi si intrecciano. Se l’affiatamento intelligence-industria è il leitmotiv, c’è chi pensa ad una azione cinese e chi ad un colpo a stelle e strisce. Nel primo caso ci si troverebbe dinanzi ad una smaccata (e fin troppo scontata) ritorsione, ma ci si domanda perché nel mirino non siano finite le reti telefoniche attrezzate con equipaggiamenti americani (Cisco, Qualcomm, Motorola). La congettura di un intervento americano (volto a far ricadere eventuali responsabilità su prevedibili agenti di Pechino) lascia spazio ad un quesito legittimo: perché non colpire infrastrutture Nokia che stanno guadagnando sempre più terreno sul mercato? La fragilità delle reti sopravvive ai dubbi. Ma noi sopravviveremo alle debolezze tecnologiche? Proprio da qui parte la cybersecurity.

Ultimo aggiornamento: 13 Dicembre, 08:06 © RIPRODUZIONE RISERVATA