Il disimpegno Usa in Afghanistan, la controffensiva talebana

di Gianandrea Gaiani
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Martedì 22 Gennaio 2019, 00:45

Al di là del numero di vittime provocato, è difficile attribuire all’attacco talebano contro la base dell’intelligence nella provincia di Maidan Wardak una valenza legata al recente annuncio della Casa Bianca relativo al dimezzamento delle forze statunitensi a Kabul. I talebani hanno sempre colpito le forze di sicurezza governative prendendo di mira spesso scuole e centri di addestramento, con il duplice obiettivo di scoraggiare i giovani afghani ad arruolarsi e uccidere i consiglieri militari occidentali che li addestrano. In questo contesto il Direttorato per la Sicurezza Nazionale, (Nds), cioè i servizi segreti che in più occasioni hanno dimostrato di disporre di informatori e infiltrati tra le fila nemiche, costituiscono un bersaglio di elevato valore per i jihadisti.
Anche la tattica utilizzata nell’attacco di ieri ripete uno schema varato diversi anni or sono dalla Rete Haqqani e che vede attentatori suicidi a piedi o su veicoli imbottiti di esplosivo farsi esplodere agli accessi di basi militari o edifici governativi per spianare la strada a gruppi di fuoco comunque votati al “martirio” dopo aver provocato il massimo dei danni e delle vittime.

Uno schema che ha ispirato le azioni di molti gruppi e milizie di jihadisti in tutto il mondo.
Ciò detto resta evidente che l’annunciato ritiro di circa metà dei 15 mila militari statunitensi presenti oggi in Afghanistan galvanizzerà ulteriormente i talebani. Come già accadde dopo il ritiro voluto da Barack Obama delle forze da combattimento Usa/Nato, tra il 2011 e il 2014, gli insorti puntano oggi a imprimere una spallata alle forze governative sempre più demotivate, prive di mezzi e armi pesanti e provate da perdite di centinaia di uomini uccisi o feriti ogni mese e dagli elevati tassi di diserzione.

Già oggi i talebani hanno il controllo di poco più della metà del territorio nazionale, per lo più aree rurali mentre finora i tentativi di conquistare grandi centri urbani si sono risolti in pesanti sconfitte. L’imminente ridimensionamento della presenza statunitense ridurrà ulteriormente le capacità di fornire supporto e consulenza ai reparti governativi ed è probabile che anche gli alleati europei, che oggi schierano 8.500 militari (il 10 per cento sono italiani), riducano anch’essi a livelli poco più che simbolici i rispettivi contingenti.
Se l’obiettivo di Donald Trump è lasciare alle potenze regionali il compito di contrastare le forze jihadiste e far fronte alla crescente destabilizzazione, ai talebani viene offerta l’opportunità non solo di consolidare ed estendere le aree sotto il loro controllo ma anche di “esportare” il jihad oltre confine, come sta già accadendo in Turkmenistan, dove gli sconfinamenti talebani allarmano il governo locale e la Russia.
Elementi che contribuiscono ad abbassare il morale alle forze di Kabul, tenute insieme dagli stanziamenti di oltre 4 miliardi di dollari che Usa e alleati (Roma mette a disposizione 120 milioni di euro all’anno) elargiscono ogni anno per retribuire, sfamare e armare le forze di sicurezza afghane. Nonostante l’anno scorso sia stato registrato il record dei bombardamenti aerei americani, l’unica speranza per invertire il corso del conflitto, o quanto meno stabilizzarlo, è riposto nella possibilità di tornare a schierare sul terreno forze di combattimento Usa e Nato che affianchino i soldati di Kabul.
Da quattro anni ormai le truppe alleate si occupano quasi esclusivamente di addestramento e consulenza. Nessuno immagina di tornare a schierare in Afghanistan 140 mila militari come nel 2010 (forze che permisero di strappare agli insorti ampie aree del paese) ma l’Occidente e soprattutto gli Stati Uniti non sembrano intenzionati a mettere in campo neppure forze da combattimento limitate. Costi finanziari e perdite risultano inaccettabili a Washington e ancora di più in un’Europa stanca dei continui “tira e molla” statunitensi che dal 2002, attraverso tre presidenti, hanno alternato in Afghanistan rafforzamenti militari e ritiri risultati inconcludenti.

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