Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€

Economia di guerra in Italia? Cosa significa e quali ricadute su beni di consumo e alimentari per il conflitto in Ucraina

Economia di guerra in Italia? Cosa significa e quali ricadute su beni di consumo e alimentari per il conflitto in Ucraina
di Francesco Padoa
8 Minuti di Lettura
Sabato 12 Marzo 2022, 12:00 - Ultimo aggiornamento: 13 Marzo, 10:50

Cosa ci aspetta? Quanto aumenterà il costo della vita? Come e fino a che punto la guerra tra Russia e Ucraina inciderà economicamente sulle nostre vite? Quanto le sanzioni, pesantissime, imposte a Mosca, si rifletteranno sul nostro portafogli e sul bilancio di famiglie e imprese? «Dobbiamo prepararci ma non è assolutamente un'economia di guerra. Ho visto degli allarmi esagerati», sono state da Versailles le parole del presidente del Consiglio Mario Draghi, che ha invitato alla calma e a non farsi prendere dal panico. Però il premier ha aggiunto: «Certo, bisogna prepararsi, ma non vuol dire che ciò deve avvenire sennò saremmo già in una fase di razionamento. Dobbiamo riorientare le nostre fonti di approvvigionamento e ciò significa costruire delle nuove relazioni commerciali». Quindi sembrerebbe un discorso più ampio, di macroeconomia. 

Prezzo benzina, Cingolani: «Aumenti immotivati, colossale truffa. Bisogna stabilire un tetto massimo»

Economia di guerra o no?

Ma lo stesso Draghi tre giorni fa alla Camera aveva dichiarato che «il governo è consapevole dell'impatto che la crisi ucraina avrà sull'economia italiana e indubbiamente sta facendo e farà di tutto per mitigarne le conseguenze. Considereremo tutti i fattori di rischio della guerra in atto, consapevoli dell'impatto inflazionistico». E riferendosi in particolare  al tema dell'approvvigionamento per il settore agroalimentare, il premier aveva spiegato come  «occorra una strategia simile a quella per il gas: diversificare rapidamente le fonti di approvvigionamento, strategia non facile da realizzare con gli attuali regolamenti europei». Ma è inevitabile che la preoccupazione salga e infatti l'allarme suona da giorni, tanto che lo stesso ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, non ha escluso  un nuovo scostamento di bilancio. Il problema, per l'Italia, è che non si vede la fine della guerra. «Putin non vuole la pace, il suo piano è un altro», ha recitato Draghi, commentando la nuova raffica di misure restrittive contro Mosca. La spirale delle sanzioni rischia di portare tutti nel baratro della recessione. Dunque sarà economia di guerra o no? Difficile ancora prevederlo, ma cosa significa esattamente "economia di guerra" e quali conseguenze ha? Il tutto augurandoci che davvero l'Italia non deve mai partecipare direttamente al conflitto Russia-Ucraina.

 

Cosa significa?

L'economia di guerra è una misura politica che viene adottata dai Governi al fine di adeguare il proprio sistema economico alle esigenze che derivano dalla partecipazione del Paese ad un evento bellico. In un'economia di guerra le risorse vengono rese disponibili per gli armamenti, il mantenimento e la mobilitazione degli operatori e per organizzare la produzione a sostegno della guerra. Le fonti di finanziamento restano le tasse dei cittadini, il debito pubblico, le donazioni e l'amore. Quest'ultima conferisce agli Stati un potere d'acquisto immediato, che però causa notevoli problemi sul mercato monetario. Una guerra finisce sempre, oltre che con imponenti perdite umane e distruzioni materiali, con un elevato debito pubblico e con un’inflazione che si fatica a riportare sotto controllo  L'economia attraversa una fase di forte pianificazione. In sintesi, nell'economia di guerra, si crea spazio a produzioni belliche e se ne toglie a quelle civili.

Il razionamento dei beni

Il razionamento dei beni è proprio uno dei fenomeni più comuni in situazioni del genere. Il Governo deve infatti garantire un adeguato livello di rifornimento di materiale bellico anche tramite l'adeguamento delle attività di produzione dell'industria pesante, che aumenta in maniera considerevole. Ciò, ovviamente, ha effetti importanti anche nella vita di tutta la popolazione. In un'economia di guerra, se il governo è impegnato a rendere adeguato il rifornimento di materiale bellico, contemporaneamente ha l'obbligo di garantire la produzione di beni di consumo per garantire l'approvvigionamento della popolazione. Le due cose, tuttavia, vanno spesso in contrasto. La produzione dei beni primari infatti sarà ridotta rispetto a quanto accade in un periodo normale e allo stesso tempo sarà difficile reperire la manodopera, sempre più scarsa, tanto che il reddito delle famiglie sarà maggiore ma non potrà essere utilizzato. Da qui la necessità di un razionamento dei beni. 

Come combattere l'inflazione

La capacità d'acquisto delle famiglie dovrà confluire verso l'acquisto diversi dai beni primari. Allo stesso tempo, tuttavia, sarà necessario adottare le misure di contrasto all'eccesso di domanda e utili a diminuire la circolazione della moneta . Una di queste può essere l'emissione di titoli di Stato, che potrebbe però causare problemi al termine dell'evento bellico. In casi molto particolari può accadere che i soggetti si identifichino tanto tanto nel proprio Paese da utilizzare i fondi come donazioni per vincere la guerra.

Le manovre allo studio in Italia

Se per ora, come ha detto Draghi, non è ancora vera e propria economia di guerra, comunque gli effetti del conflitto già si sentono e quindi il Governo sta cercando di correre ai ripari. Innanzitutto tagliando i costi, alle stelle, dei carburanti (che hanno poi riflesso su gran parte della spesa familiare). E ampliando la platea del bonus sociale per ridurre le bollette di luce e gas. Guarda alle imprese ma anche alle famiglie, sempre più in difficoltà,  il piano anti-crisi che il governo sta preparando per fronteggiare l'impatto sull'economia della guerra in corso in Ucraina.I ministeri sono al lavoro per definire un pacchetto di interventi che si muoverà in parte rafforzando i più recenti decreti energia e in parte sulla falsariga degli aiuti post Covid. Il lavoro preparatorio è allo stadio iniziale ed è legato alle scelte europee: i ministeri hanno avuto il mandato di preparare le proposte per la metà della prossima settimana, e non si esclude che un primo pacchetto di misure possa arrivare in Consiglio dei ministri già tra mercoledì e giovedì. Ma bisogna aspettare per intervenire in soccorso delle imprese che arrivano il via libera al temporary framework aiuti di Stato, e poi reperire le risorse.

Verso nuovi ristori

L'allentamento delle regole, come già accaduto con la pandemia, è destinato a replicare  replicare le misure a sostegno della liquidità delle imprese ma anche i ristori a fondo perduto - magari attraverso un fondo ad hoc, come indicato dal ministro Giorgetti - che stavolta potrebbero però essere calibrate non tanto sulla perdita di fatturato quando sui consumi di energia e sui settori che più risentono della crisi delle materie prime. I fondi a disposizione determineranno anche il perimetro dei sostegni alle famiglie, perché se aumentare il tetto Isee del bonus sociale potrebbe avere costi contenuti, mettere in campo una sterilizzazione dell'Iva o una riduzione, anche temporanea, delle accise su benzina e gasolio ha invece bisogno di coperture ingenti.

Soprattutto al Mise e al ministero dell'Agricoltura si fa pressione per sostenere le necessità delle filiere più colpite, mentre il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, si prepara a chiedere clausole salva-occupazione. Se le fabbriche si fermano - oltre ai Tir e ai pescherecci - a rischio ci sono infatti anche i posti di lavoro, oltre che la produzione. Per le imprese che scontano i rincari, o la mancanza, di materie prime - dall'argilla ai rottami - dovrebbe arrivare, come indicato da Giorgetti, un fondo ad hoc. Ma si starebbe valutando anche di portare dal 20 al 50% il credito di imposta, mentre sempre Giorgetti suggerisce di «immaginare altre forme di intervento, magari di riduzione della tassazione sulle diverse fonti energetiche».  Per reperire risorse si continua a lavorare anche sugli extra-profitti delle società elettriche, per estendere la misura che attualmente coinvolge solo le produzioni da rinnovabili, ma la materia è complessa e potrebbe richiedere più tempo.

 

L'economia di guerra nel passato

Per fortuna non si parla ancora di guerra mondiale e tutti speriamo che la diplomazia alla fine abbia il sopravvento e che un epilogo così nefasto per l'umanità venga evitato. Ma cosa avvenne dal punto di vista economico durante i due grandi conflitti mondiali? Durante la prima guerra mondiale gli Stati Uniti d'America crearono la produzione War Industries Board per aiutare la produzione militare, mentre la Federal Fuel Administration, introdusse risparmi per il rifornimento di carbone e petrolio. La United States Food Administration incoraggiò la produzione di grano appellandosi allo spirito di sacrificio della popolazione piuttosto che imporre un razionamento obbligatorio. La propaganda persuase le persone a pagare tasse e preservare il cibo. La Germania invece ebbe carenza nel settore agricolo perché molti agricoltori vennero arruolati e contemporaneamente la richiesta di cibo da parte delle truppe al fronte era notevole. Così fu introdotto un razionamento del consumo dei beni di prima necessità e un calmiere dei prezzi.

Nella seconda guerra mondiale gli Usa vennero costretti a un'economia di guerra dopo l'attacco di Pearl Harbor. Il governo aumentò le tasse ed emise denaro sotto forma di "war bond" per coprire il bilancio. Due terzi dell'economia degli Stati Uniti venne impegnata dallo sforzo bellico. E nella Germania nazista il Terzo Reich implementò l'espansione militare aumentando il numero di fabbriche belliche, e ciò ridusse la disoccupazione creatasi dopo la prima guerra mondiale. Ma di conseguenza si ebbe l'aumento del debito pubblico per oltre i 40 miliardi di marchi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA