Donbass, la grande fuga alla stazione di Slovjansk: «Se restiamo siamo morti»

Parte oggi l’ultimo treno, la città è il prossimo obiettivo dei russi. Una 84enne: «Vado via da sola, qualcuno mi aiuterà»

Donbass, la grande fuga alla stazione di Slovjansk: «Se restiamo siamo morti»
di Davide Arcuri
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Martedì 12 Aprile 2022, 00:07 - Ultimo aggiornamento: 00:29

«Scappiamo dalla nostra terra, vogliamo solo vivere in pace». La battaglia finale per il Donbass è alle porte: oggi parte l’ultimo treno per evacuare i civili. Il piazzale della stazione di Slovjansk è presidiato dai militari, fuori restano poche persone, i nuovi profughi sono dentro al sicuro. Slovjansk è la prossima città che i russi vogliono conquistare. L’attacco a tenaglia sulla regione ha già segnato la caduta di Izjum a nord e si prepara ora a chiudere la città nella morsa. «Dopo quello che è successo a Kramatorsk la gente ha paura», ci spiega Wolf - il nome in codice di uno dei soldati impegnati nel pattugliamento della zona. Dopo la strage della stazione la scorsa settimana, che ha tolto la vita a 57 persone, la linea ferroviaria è stata danneggiata e ora le persone vengono portate in bus da Kramatorsk e dalle città vicine per essere evacuate. Dentro la stazione in attesa ci sono solo famiglie, la maggior parte sono donne con bambini e anziani: carichi di bagagli, hanno lasciato tutto quello che avevano sognando un posto dove poter vivere in pace. «L’80% dei civili che dovevano essere messi in salvo sono stati evacuati la scorsa settimana - spiega Wolf -, circa 4mila persone al giorno». Ieri mattina il primo treno ne ha portate via 750, altre 500 sono pronte a partire «ma questi sono gli ultimi rimasti».

VIVE PER MIRACOLO

Olha viaggia insieme a sua figlia Eugenia di 10 anni. Stanno scappando dopo aver vissuto per un mese sottoterra: «Un missile ha centrato la nostra casa nei primi giorni di guerra. Ho sentito la casa ribaltarsi, siamo uscite miracolosamente illese - il volto di Olha sembra rivivere quegli istanti -. L’appartamento del mio vicino è stato colpito in pieno, non esiste più». Olha, visibilmente emozionata, stringe Eugenia a sé: «Ci siamo nascoste nel rifugio, non riuscivamo più a uscire dalla paura, oggi era l’ultima occasione, abbiamo trovato il coraggio». Si portano dietro due borsoni, qualche vestito e un po’ di cibo che i volontari gli hanno donato: «Tutto il resto è rimasto a casa, una vita persa». 

L’APPELLO

Eugenia è dovuta crescere prima del dovuto, nell’ultimo mese la sua infanzia è stata stravolta ma non ha perso il coraggio: «Quello che sta accadendo è molto brutto. Voglio solo riabbracciare mia sorella più grande». Prima di andare via Olha ci chiede di fare un appello: «Vorrei dire al mondo intero che qui nessuno stava aspettando i russi. Perché se la prendono con noi civili? Noi non centriamo nulla». Nel grande e luminoso atrio della stazione i militari aiutano i volontari a distribuire pasti caldi e acqua ai passeggeri. Tra di loro c’è anche Eleonora, un’anziana signora di 84 anni che ci ferma per scambiare qualche battuta. «Sono nata all’inizio del secondo conflitto mondiale, questa è la terza guerra che vivo sulla mia pelle ed è anche la più dura. I bombardamenti non erano mai stati così potenti». Già nel 2014 Eleonora ha dovuto abbandonare la sua casa a causa del conflitto: «Ora vado verso ovest. A Leopoli non conosco nessuno, ma il mondo è pieno di persone buone, in qualche modo farò». I nazisti Eleonora se li ricorda bene: «Erano tedeschi, non ucraini. Durante il primo conflitto nel Donbass sono scappata a Leopoli, mi hanno accolta e trattata bene anche se parlo russo. Nessuna discriminazione - spiega con freddezza -. La storia dei nazisti in Ucraina è solo una scusa inventata dai russi per invaderci».

 

LA PARTENZA

Arriva il segnale del capo stazione: «Tutti i passeggeri possono procedere all’imbarco». Sul binario 7 il treno gialloazzurro è pronto per il lungo viaggio, 24 ore per attraversare tutta l’Ucraina da est a ovest, dalla guerra alla pace. Pavel percorre tutta la banchina sotto braccio con sua figlia, riesce a camminare a stento con il bastone ma nonostante le sue 87 primavere ha le idee molto chiare: «Vado a Leopoli per cominciare una nuova vita. Siamo un gruppo di persone, non so ancora cosa faremo ma qualsiasi cosa sarà meglio di questo inferno». Lui l’ultimo conflitto mondiale se lo ricorda bene: «Era tutto molto più chiaro, sapevi dove si trovava il fronte, la linea rossa, i civili potevano evitare i pericoli. Oggi bombardano da un quartiere all’altro, anche sui civili, è tutto molto più incerto». Due militari si offrono di aiutare Pavel a salire sul treno, lui li ferma: «Faccio da solo, grazie». Salta in carrozza con lo slancio di un ventenne poi si gira verso di noi, ci saluta alzando un braccio: «Vi auguro la pace».

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