DONALD TRUMP

Donald già corre per il 2020. I dem in cerca dello sfidante

Giovedì 8 Novembre 2018 di Flavio Pompetti
NEW YORK Mancano ventiquattro mesi alla prossima elezione. La mattina dopo il voto che ha cambiato l'assetto del congresso, gli Usa si sono risvegliati con la prospettiva che i due anni restanti nel mandato di Trump si riducano allo sterile impasse di aggressività e di acrimonia che è andato in scena ieri nella prima conferenza stampa del presidente, con Trump e i suoi fedeli al senato intenti a combattere i rappresentanti della camera a colpi di inchieste, piuttosto che dibattere e votare nuove leggi. Se questo sarà il rapporto tra la Casa Bianca e il legislativo, solo il nuovo voto presidenziale del 2020 potrà sbloccare la situazione.

IL REFERENDUM
I repubblicani sono stati battuti nelle urne martedì, e hanno perso 20 seggi alla camera contro i due che hanno guadagnato al senato. Trump, che pure aveva investito la campagna del valore di un referendum sulla sua persona, per paradosso ne è invece uscito rafforzato, soprattutto in previsione delle prossime elezioni. I candidati repubblicani che hanno accettato di porsi nel suo cono d'ombra sono stati in gran parte premiati dal voto, come il probabile governatore della Florida Ron De Santis, il senatore dell'Indiana Mike Brown, il deputato del Kentucky Andy Barr e almeno altri cinquanta politici conservatori premiati dalle urne. Altri che avevano rifiutato il suo abbraccio, come li ha derisi in pubblico lo stesso presidente ieri citandoli per nome, (Mia Love in Utah, Peter Roskam in Illinois, Erik Paulsen in Minnesota), non sono sopravvissuti alla scelta degli elettori. Questo vuol dire che la morsa con la quale Trump stringe il partito dal momento della sua prima vittoria nel 2016 si è fatta da ieri più serrata, e che la sua candidatura alla rielezione è diventata più probabile. Trump ha anche confermato ieri in modo molto casuale che offrirà di nuovo a Mike Pence la poltrona di vice: «Non ci avevo ancora pensato, che ne dici tu Mike, ci stai?» ha risposto alla domanda di un cronista.

I RIVALI
Per i democratici la scelta sarà molto più difficile. Trump si è dimostrato un formidabile animale politico nella scorsa campagna, e dal giorno dell'insediamento ha monopolizzato la scena mediatica con la sua personalità prorompente. Contro di lui la bonomia di Joe Biden potrebbe scivolare come l'acqua sull'olio. L'anziano ex vice presidente è stato pregato più volte in passato dalla direzione del partito democratico di salire sul carrozzone delle presidenziali, e ancora oggi risponde in modo dubitativo. Al suo posto potrebbero tentare l'avventura due donne: la tenace paladina dei diritti della middle class Elizabeth Warren, o il volto nuovo e vincente della californiana Kamala Harris. Contro la prima gioca il risultato non entusiasmante che i candidati più progressisti hanno riscosso nel voto di martedì, a dispetto di poche, notevoli e colorite eccezioni. La seconda invece, ex State Attorney della California, ha le qualità per scendere nell'arena, e le ha messe in mostra con successo in un paio di sedute della commissione Giustizia, quando le è capitato di interrogare con piglio da procuratore Jeff Sessions e il suo vice Rod Rosenstein.

Dietro di loro resta la candidatura che sarebbe considerata paritaria con quella di Trump: Mike Bloomberg, molto più ricco e famoso dell'ex tycoon dell'immobiliare, e con un talento per la politica modellato da 13 anni di gestione da sindaco della città di New York. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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