BOLSONARO

Coronavirus, i dietrofront dei leader che negavano l'emergenza

Venerdì 3 Aprile 2020 di Michela Allegri
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Un rischio sottovalutato, ignorato. Poi, il dietrofront totale. Sull’emergenza coronavirus che ha travolto il mondo intero, sono tre i casi di retromarcia più eclatanti. Si va dal premier britannico Boris Johnson, il primo leader europeo risultato positivo al Covid-19, al brasiliano Jair Bolsonaro, fino al presidente Usa Donald Trump, che è passato dai toni canzonatori e minimizzanti ad un chiaro appello alla nazione: seguire il modello italiano per uscire dall'incubo. Ma mentre i numeri dell’emergenza continuano a crescere in ogni paese del mondo, c’è anche chi continua a restare neutrale, evitando - o rimandando troppo - misure ormai necessarie: in Svezia, nonostante migliaia di casi e circa 200 morti, il governo di Stoccolma continua a tenere aperti bar, ristoranti, palestre, pub e scuole.

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L'INGHILTERRA
Ma analizziamo le situazioni caso per caso. La retromarcia più clamorosa è stata quella del premier britannico. Johnson, quando il virus aveva iniziato a diffondersi nel Paese e l’Italia aveva appena annunciato il lockdown, senza giri di parole aveva annunciato ai cittadini del Regno Unito che non avrebbe preso misure, dicendo loro di prepararsi «a perdere molti cari». Sosteneva di preferire il raggiungimento di un’immunità di gregge rispetto alle misure di contenimento della pandemia. Ma assistendo al diffondersi del contagio - che lo ha investito in prima persona - e controllando i numeri dei posti nelle terapie intensive, si è dovuto ricredere. La retromarcia è stata graduale, ma alla fine ha ha portato all’adozione di misure molto simili a quelle del nostro Paese: prima la popolazione è stata invitata a evitare i luoghi affollati e gli spostamenti non necessari, poi è stata disposta la chiusura delle scuole per un periodo indeterminato ed è stata imposta la serrata di pub, ristoranti, club, cinema, teatri, palestre e piscine. Anche in Inghilterra è arrivato il lockdown: il blocco totale del Regno Unito, annunciato il 23 marzo in un discorso alla nazione.

 


IL BRASILE
C’è stato un netto cambio di rotta anche per il premier brasiliano Jair Bolsonaro. Solo pochi giorni fa Twitter ha rimosso i suoi post che lo immortalavano mentre camminava e si fermava a parlare con i passanti per le strade di Brasilia, elogiando e difendendo le persone che continuavano a lavorare. Bolsonaro criticava senza mezzi termini le misure di isolamento sociale, sosteneva che solo le persone con più di 65 anni dovessero restare a casa, evocava l'immunità di gregge, parlava della disponibilità di farmaci contro il coronavirus. In un discorso a reti unificate aveva definito il Covid-19 «una semplice influenzetta» e aveva denunciato l’«isterismo» delle autorità locali che avevano promosso una «quarantena di massa». Ora ha cambiato decisamente i toni. In un breve discorso trasmesso martedì sera ha definito la pandemia «la più grande sfida per la nostra generazione» e ha ammesso che per affrontarla sono necessari «unione e collaborazione» da parte dei poteri dello Stato per «salvare vite, senza perdere posti di lavoro». Ha anche aggiunto che «il virus è una realtà, ancora non esiste un vaccino o una cura confermata scientificamente». Un cambio di passo netto e un tentativo di smorzare le tensioni crescenti, in particolare con i governatori di vari Stati - in primis, San Paolo e Rio de Janeiro - i sindaci delle grandi città, il Supremo Tribunale Federale e i gruppi parlamentari che avevano definito «irresponsabile» il suo atteggiamento.

 
 
 
GLI USA
Poi ci sono gli Stati Uniti, il Paese attualmente più esposto al contagio, con numeri che salgono in modo esponenziale e il presidente Donald Trump che è passato da toni quasi canzonatori al lockdown: «Attraverseremo due settimane molto, molto dolorose», ha detto tre giorni fa durante il briefing serale alla Casa Bianca, illustrando per la prima volta i modelli statistici e le proiezioni degli esperti della task force governativa: negli Usa sono previsti da 100mila a 240mila morti se le misure di distanziamento sociale saranno rispettate, mentre domenica la forchetta si fermava a 200mila vittime. Senza alcuna restrizione, invece, le vittime arriverebbero a 1,5 a 2,2 milioni. Una direttiva arriva dagli esperti: seguire il modello italiano, dove la curva della diffusione inizia a scendere dopo due settimane di chiusura totale. I dati dicono anche che in America il picco sarà a metà aprile, con una media di oltre 2.000 decessi al giorno. «Voglio che tutti gli americani siano pronti per i giorni difficili che ci aspettano», ha avvisato il presidente. Poi, il dietrofront: «Non è un’influenza», ha ammesso Trump, dopo avere a lungo definito in questo modo il coronavirus, minimizzando il pericolo. Addirittura, la scorsa settimana aveva annunciato la riapertura del Paese entro Pasqua.

 


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