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Clochard positivi al virus ricoverati in un parcheggio a Las Vegas: il lato debole dell'America

Clochard positivi al virus ricoverati in un parcheggio a Las Vegas: il lato debole dell'America
di Flavio Pompetti
4 Minuti di Lettura
Giovedì 2 Aprile 2020, 08:02

NEW YORK Un ospedale da campo con un centinaio di letti è stato allestito nel tempo record di due ore nel parcheggio dello stadio di calcio Cashman Field di Las Vegas lunedì sera. La realizzazione non avrebbe potuto essere più semplice, o più rapida. Gli ospiti della struttura, alcuni di loro già contagiati, sono arrivati con i loro pezzi di cartone, le coperte per la notte, e le poche suppellettili delle quali sono proprietari nella loro condizione di homeless.

Ordinatamente hanno occupato le zone a loro riservate, alla distanza di sicurezza di protocollo coronavirus, ma anche a quella normalmente assegnata dalle strisce bianche che delimitano l'area di sosta per una vettura. Gli infermieri hanno misurato la febbre uno per uno e hanno augurato la buonanotte, prima di ripararsi a loro volta nel tendone medico allestito in fondo al parcheggio dove si affrontano eventuali situazioni di emergenza.

IL SISTEMA SANITARIO
La foto aerea del nudo asfalto sul quale dormono i diseredati della città del sogno e delle torri di cristallo dei casinò, mostra in modo impietoso la piaga di un paese allo sbando in tempi di pandemia. Privi di un sistema sanitario nazionale e di un efficace welfare, gli Usa stanno scoprendo, non senza ipocrisia, di essere incapaci di prendersi cura dei cittadini più fragili e più indifesi di fronte alla malattia. Gli homeless sono arrivati a Las Vegas provenienti da una vasta regione a sud dello stato, nella quale gli istituti che li ospitavano hanno dovuto chiudere i battenti dopo i primi contagi.

«La sistemazione è provvisoria - dicono le autorità cittadine - non più tardi di venerdì prossimo saranno aperte strutture più adeguate per affrontare l'emergenza». Ma intanto il contrasto tra la città deserta, con le case da gioco e gli alberghi chiusi e svuotati dal Covid 19, e il piazzale del Cashman Field con i corpi disposti a scacchiera sull'asfalto per tutta la notte fa il giro del mondo, con i volti straniati di diseredati sorpresi e imbarazzati dall'attenzione delle macchine fotografiche che li riprendono. L'ultimo tentativo di censire gli homeless negli Usa è del 2017, e contava mezzo milione di persone. La California ne ha 150.000, e il governatore dello stato Gavin Newsom ha previsto che la metà di loro si ammaleranno. Sono i più esposti al virus. E la loro schiera si sta ingrossando in modo esponenziale in questi giorni, con milioni di ex lavoratori già sulla soglia della povertà, che oggi devono decidere se pagare l'affitto o la spesa al supermercato. Tre milioni hanno perso il lavoro la scorsa settimana, e il governatore della Fed di St. Louis James Ballad prevede che al culmine del contagio i disoccupati saranno il 30% degli abili.

Il paese nel quale solo due anni fa il 39% della popolazione confessava di non avere a disposizione 400 dollari in contanti per una spesa non prevista, deve fare i conti con i costi di una sanità senza controllo, già in pieno avvitamento prima del virus. Una sanità messa ora di fronte a numeri dell'epidemia in costante ascesa. Basti pensare che negli Stati Uniti le persone risultate positive al coronavirus sono fino a ora 207mila, quasi il doppio rispetto all'Italia. Soltanto ieri i contagiati sono stati circa 20mila. Numeri che assegnano finora agli Usa il record assoluto in tutto il mondo. Ad alimentarlo, la morte di un neonato di sei settimane a causa del coronavirus nello Stato del Connecticut. Il neonato era stato ricoverato la scorsa settimana e le sue condizioni erano apparse subito critiche. «È con la tristezza nel cuore che oggi posso confermare la prima morte di un neonato nel Connecticut legata al Covid-19», ha commentato in un tweet il governatore, secondo cui si tratta probabilmente della più giovane vittima del virus.

LA LEGGE
La legge straordinaria che ha stanziato 2.200 miliardi di dollari per la crisi, stabilisce che i test sono gratis per tutti. Ma i test scarseggiano ancora dovunque, e i pazienti si vedono proporre in alternativa radiografie o tac come strumento diagnostico. Non lo sanno, ma anche questo semplice passaggio è una violazione di contratti assicurativi sempre più restrittivi che considerano ingiustificati i due strumenti, così come alcune altre cure ospedaliere in caso di coronavirus. Il risultato sono conti tra i 2.200 e i 35.000 dollari con i quali sono tornati a casa molti tra i primi malcapitati, dopo un passaggio in ospedale.

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