CORONAVIRUS

Coronavirus, Carlo positivo e la regina Elisabetta fuori gioco: per William prove tecniche da re

Giovedì 26 Marzo 2020 di Cristina Marconi

Sostituire le strette di mano con un namaste all'indiana non è bastato: il principe Carlo è il primo membro della Royal Family a contrarre il Coronavirus anche se per fortuna, secondo una nota di Clarence House, presenta solo «sintomi lievi», che non gli impediscono di essere «di buon umore» e di continuare a lavorare dalla residenza di Balmoral, in Scozia, dove è in isolamento. Anche Camilla, duchessa di Cornovaglia, è stata testata lunedì dal servizio sanitario nazionale dell'Aberdeenshire, ma è risultata negativa. Sebbene sia l'erede al trono e quindi teoricamente rappresenti il futuro del paese, non è a Carlo bensì alla regina Elisabetta II che tutti hanno rivolto i pensieri più preoccupati, tanto che da Buckingham Palace è giunto un comunicato per dire che la sovrana «rimane in ottima salute».

Coronavirus, contagiato Carlo: il 10 marzo incontrò Alberto di Monaco, anche lui positivo
 

Lei si trova a Windsor insieme a Filippo, che ha 98 anni e ormai lontano dalla vita pubblica, e ha incontrato Carlo per l'ultima volta «brevemente» il 12 marzo scorso. Il medico del principe si è affannato a far circolare ipotesi caute secondo cui Carlo non sarebbe stato contagioso prima del 13 marzo, ma alcuni giornali popolari avanzano l'ipotesi che abbia preso il virus il 10 marzo nel corso di un incontro a Londra con Alberto di Monaco, poi risultato positivo.

GLI EREDI
Il principe di Galles ha ricevuto le telefonate dei figli. In particolare William, che si trova a Amner Hall nel Norfolk insieme alla moglie Kate e ai tre figli e sulle cui spalle, con nonna e padre costretti a un prudente isolamento potrebbero poggiare responsabilità più pesanti del previsto. Una sorta di primo test per il futuro re. Si è fatto sentire anche Harry dal Canada dove ormai vive insieme alla moglie Meghan Markle senza più nessun ruolo ufficiale nella famiglia reale. L'ultimo incontro tra tutti loro è avvenuto al Commonwealth Day il 9 marzo scorso, quando nel Regno Unito la vita pubblica proseguiva senza nessun vistoso cambiamento, malgrado fosse già galoppante, secondo uno studio dell'Università di Oxford, un contagio che avrebbe portato la metà della popolazione a essere infettata: secondo un modello messo a punto dalla professoressa Sunetra Gupta, docente di epidemiologia, il Covid-19 è nel paese almeno da metà gennaio, un mese e mezzo prima che fossero registrati i primi contagi ufficiali. «Mi sorprende che ci sia stata un'accettazione così poco qualificata del modello messo a punto dall'Imperial College», ha polemizzato Gupta riferendosi allo studio che, paragonando la strategia della mitigation, ossia quella che prevedeva di proteggere le persone fragili senza fermare il paese, con quella della suppression in atto quasi ovunque, ha fatto cambiare bruscamente idea al premier Boris Johnson. Il modello proposto nel paper di Oxford riporta infatti i riflettori sull'idea di una immunità di gregge che sarebbe in parte stata già raggiunta, ma gli esperti ammettono che la strategia in atto è comunque in grado di salvare più vite.

Ultimo aggiornamento: 07:57 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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