CORONAVIRUS

Coronavirus, il rebus dell'epidemia: perché alcuni Paesi sono più toccati di altri

Domenica 3 Maggio 2020 di Riccardo De Palo
Lockdown in India

Perché la pandemia colpisce più duramente (e diventa anche più letale) in certe aree del mondo, come l’Italia e gli Stati Uniti, e ne risparmia altri, come molti Paesi africani, per esempio? Il New York Times ha cercato di rispondere a questa semplice domanda: saperlo aiuterebbe sicuramente le autorità alle prese con le misure di contenimento. Ma non è semplicissimo risalire alle reali ragioni. 

Prendiamo il confine tra Iran e Iraq, a Zurbatiya. Dalla parte persiana, si trova l’epicentro dell’epidemia, la più grave del Medio Oriente; dall’altra, solo relativamente pochi casi. In Iran - nota il giornale americano- sono morte così tante persone (oltre seimila) che il Paese degli ayatollah ha dovuto ricorrere a sepolture di massa. Ma nel vicino Iraq, si contano soltanto cento morti.  Perché?

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L’isola di Hispaniola è un caso emblematico, un enigma che sta facendo impazzire i ricercatori. Da una parte, nella Repubblica Dominicana, si contano circa 7.600 casi; dall’altra, nella poverissima Haiti, sono appena 85.  Altri casi strani: l’Indonesia, dove migliaia di persone sono morte di coronavirus, e la vicina Malesia (quasi la stessa lingua), dove il lockdown ha limitato le vittime a un centinaio.

Insomma, l’impatto della pandemia è, a dir poco, capriccioso. Non si può neppure pensare che sia la concentrazione di persone nelle grandi metropoli a essere la discriminante. Grandi città come New  York, Parigi, Londra e anche la nostra Milano sono state duramente colpite. Ma perché il virus non ha infierito altrettanto duramente in altre città densamente popolate - e dove è estremamente difficile evitare i contatti umani - come Bangkok, New Delhi, o l’africana capitale della Nigeria, Lagos, che conta 21 milioni di abitanti?  Perché in Serbia i casi sono meno di diecimila e in Russia si viaggia ormai a più di diecimila in un giorno? Persino la lingua, nei due Paesi, è quasi la stessa.

Il giornale americano ricorda che ci sono centinaia di studi che cercano di discernere le ragioni di tanta bizzarria. In particolare, si indaga su tre direttrici: differenze demografiche, generiche e condizioni pre-esistenti, soprattutto di natura sociale. E c'è anche un elemento statistico da considerare, come suggerisce la Bbc. Con quanta accuratezza sono stilati i bilanci di nuovi contagi e di vittime? Quanto sono da considerare attendibili i numeri che ci piovono addosso da ogni parte del globo? La Germania prende in considerazione soltanto i decessi comprovati da un test; il Belgio include anche le morti per "sospetto" coronavirus. Per questo i loro dati statistici sono così differenti? Ma prendendo per buoni i dati che abbiamo, perché ci sono tante specificità, da un Paese all'altro?

Non è il clima caldo - che renderebbe meno virulento il germe responsabile del coronavirus - ad aver fatto evitare il peggio a molte nazioni in via di sviluppo; basti pensare alla situazione in Brasile, Indonesia, Perù. Non sono neppure le politiche di distanziamento sociale, da sole, a fare la differenza: Myanmar e Cambogia non le hanno attuate, ma riportano pochi casi. C’è però anche un’altra possibilità. E cioè che il virus non sia ancora arrivato nei Paesi - fino ad oggi - risparmiati. Il caso della Russia, a questo proposito, è eloquente.

Se si ripetesse ciò che accadde un secolo fa, con la pandemia dell’influenza spagnola, c’è poco da stare allegri: l’estate del 1918 sembrò segnare la fine dell’epidemia, ma ci fu un’ulteriore fase, molto più difficile, in autunno, e un’altra ancora l’anno seguente. Dovremo fare i conti anche noi con ondate di questo genere, finché non si troverà un vaccino? Nel caso della spagnola, si arrivò al contagio di un terzo della popolazione mondiale. I morti furono decine di milioni.

In questa fase, i virologi rispondono tutti allo stesso modo: è presto per avere un quadro completo, questo virus è troppo nuovo per essere compreso. Ma noi, è naturale, vogliamo sapere.

Il New York Times, dopo avere interpellato ogni esperto disponibile, sottolinea come tutti spieghino la differenza di impatto con un misto di demografia, cultura, ambiente, e velocità della risposta dei governi. 
Eppure, ogni possibile spiegazione può essere facilmente smentita. Se a contare fosse l’età media della popolazione, perché l’Italia è stata molto più colpita del Giappone, che pure ha una popolazione anziana consistente, paragonabile alla nostra?

Una delle ipotesi è che i giovani, che hanno più possibilità di contrarre forme lievi o asintomatiche - meno contagiose - sia una delle ragioni della minore incidenza del Covid-19 in Africa. Almeno, questo sostiene Robert Bollinger, professore alla Johns Hopkins School of Medicine. Con 45mila casi, su una popolazione di 1,3 miliardi di abitanti, il continente nero è sicuramente un caso da studiare.  Eppure, anche questa teoria non spiega perché il Giappone abbia registrato soltanto 520 morti, e paesi come l’Ecuador, con una popolazione giovanissima, abbiano ben 7000 morti a causa del coronavirus. 

Un’altra delle ipotesi è di tipo culturale. Nei paesi latini, come il nostro, le effusioni non mancano: ci si abbraccia e ci si bacia spessisimo.  In Thailandia e India, invece, ci si saluta in modo tradizionale unendo i palmi delle mani - dicendo sawasdee - mentre in Giappone e Sud Corea ci si inchina: le possibilità di contagio sono molto minori. E anche l’abitudine di portare la mascherina quando si sentono dei sintomi, normale precauzione nei confronti degli altri in certi paesi asiatici, può avere fatto la differenza.

Tuttavia, anche questa teoria regge fino a un certo punto. In molti paesi arabi, come l’Iraq, ci si stringe la mano o ci si abbraccia, almeno tra persone dello stesso sesso. Ma questo non sembra avere provocato epidemie significative.

In molti Paesi in via di sviluppo, la carenza di mezzi di trasporto, o la relativa difficoltà a viaggiare - come in certi Paesi inaccessibili per conflitti o ragioni politiche - potrebbe avere evitato guai peggiori. Meno globalizzazione, meno diffusione del virus. Ma se fosse il clima, la variabile? Altri coronavirus sono meno soggetti al contagio in zone tropicali, certo, ma perché l’epidemia sembra fuori controllo anche nella regione amazzonica del Brasile? Probabilmente perché il tasso di contagiosità del Sars-CoV-2 supera la barriera legata alla temperatura e all’umidità - ha detto Raul Rabadan, biologo della Columbia University, al New York Times.

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Sembra funzionare, comunque, la politica del lockdown. Grecia e Vietnam sono riusciti a contenere il virus, grazie a misure molto rigorose e precoci. In Africa, dove sono abituati a virus letali come l’ebola, le misure di contenimento sono state tempestive, sia pure con tutte le limitazioni di un sistema sanitario carente e senza mezzi. Senegal e Ruanda si sono spinti a proclamare il coprifuoco, anche in presenza di pochi casi conclamati. Simili le contromisure adottate in Paesi come l’Uganda. 

Il distanziamento sociale, insomma, funziona. Ma non è l’unica risposta. E non esiste una sola ragione per cui un Paese riesce a evitare il peggio. Basta un singolo caso di contagio multiplo, come è successo sulla nave da crociera Diamond Princess, per arrivare a 634 casi. Il mancato contenimento successivo fa rapidamente il resto, e il contagio diventa esponenziale.

Ultimo aggiornamento: 22:10 © RIPRODUZIONE RISERVATA