FASE 2

Coronavirus, l'Europa verso la “fase 2”, l'Austria la prima a ripartire

Lunedì 6 Aprile 2020

Mentre lo tsunami del coronavirus ha raggiunto con la sua massima violenza d'urto gli Stati Uniti, l'Europa - finora la più colpita in termini di vite umane, con 50.000 morti su un totale globale di 70.000 - inizia a vedere qualche timido segnale incoraggiante e può cominciare a pensare a come e quando ripartire con la fase 2. Allentando blocchi e riaprendo fabbriche e negozi come deciso dall'Austria, la prima ad annunciare un parziale ritorno alla normalità. Anche perché l'onda lunga che ha travolto il Vecchio Continente sta lasciando macerie dove prima c'erano economie solide e nei governi europei si fa sempre più strada la consapevolezza che un lockdown prolungato avrebbe effetti ancor più deleteri a livello sociale.

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Cina. L'esempio cui si guarda con speranza è quello di Wuhan in Cina, primo focolaio della pandemia e dove ora sono ripartite oltre il 90% delle imprese. Anche se nel mondo c'è ancora chi potrebbe avere il peggio davanti a sé, come il Giappone, costretto a dichiarare lo stato d'emergenza dopo l'espansione a ritmo sempre più allarmante del virus, in particolare a Tokyo. O come la la Svezia, finora andata controcorrente con misure molto rilassate ma che di fronte all'aumento dei contagi potrebbe essere costretta a sua volta al lockdown. Il governo si prepara all'eventualità chiedendo poteri speciali per tre mesi mentre Stoccolma si attrezza con un ospedale da campo da 600 posti per alleggerire la situazione della capitale, dove c'è stata la metà dei 400 decessi registrati nel Paese e dove ancora nel weekend le strade erano piene di persone in giro a fare shopping.

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L'Austria. Tra chi invece guarda già alla ripartenza - pur sempre con il timore di una possibile seconda ondata - i primi a rompere gli indugi sono stati gli austriaci: il governo del cancelliere Sebastian Kurz, che aveva introdotto uno dei blocchi più severi nel continente, ha ora annunciato di voler ammorbidire le misure. Dopo Pasqua, dal 14 aprile, riapriranno i parchi pubblici e, a tappe successive, i negozi: prima i più piccoli, da maggio tutti. Il ministro degli Interni Karl Nehammer ha messo comunque in chiaro che le riaperture saranno di nuovo sospese se i numeri dei contagi dovessero riprendere a salire.

Spagna.  Anche in Spagna, il Paese europeo più colpito dopo l'Italia, si pensa a come riavviare il motore del Paese mandato in panne dall'epidemia. I dati sono incoraggianti: i morti per coronavirus sono calati per il quarto giorno consecutivo e i ricoveri in terapia intensiva non aumentano più ai ritmi dei giorni scorsi. Il governo ha già messo in campo da giorni un team di esperti per preparare la de-escalation dell'emergenza, che scatterà una volta abbassata la curva dei contagi.

Francia. In Francia la priorità delle autorità rimane il confinamento, arrivato alla quarta settimana, con la speranza che anche lì si confermino i primi segni di una frenata dell'epidemia. Gli ospedali hanno registrato domenica il numero più basso di morti dal 29 marzo e c'è un rallentamento negli accessi alle terapie intensive. A Parigi gli addetti ai lavori possono dunque iniziare a ragionare su forme di confinamento più articolate, che tengano conto dell'immunità acquisita o dell'età, per far tornare alla normalità il maggior numero di persone possibile. Sono i suggerimenti lanciati ad esempio al governo da Martin Hirsch, direttore generale del consorzio pubblico degli ospedali universitari dell'area parigina.
 

Germania. In Germania la cancelliera Angela Merkel non ha voluto fissare una data prestabilita per annullare le misure di contenimento ma c'è già un elenco di possibili iniziative stilate dal ministero dell'Interno che un domani - a Berlino si spera il prima possibile - dovrebbero consentire alla vita di tornare alla normalità. Tra queste l'obbligo di indossare mascherine in pubblico, limiti agli assembramenti e meccanismi per rintracciare con rapidità le catene di infezione. La strada che faticosamente, un pò dappertutto, si cerca di trovare per evitare che dall'epidemia si passi in poco tempo alla carestia

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