CORONAVIRUS

Coronavirus, Roberto Cauda: «Allerta sì, ma senza eccessi, io andrei a Pechino domani»

Domenica 26 Gennaio 2020

Roberto Cauda, direttore di Malattie infettive al Policlinico Gemelli e professore ordinario dell’Università Cattolica. Se lei avesse prenotato un viaggio a Pechino, partirebbe nonostante l’allarme per il coronavirus?

«Sì, senza alcun dubbio. La Cina è un grande paese, le distanze sono enormi. Al momento, la mia risposta è sì».

In viaggio quali sono le precauzioni da prendere? «Quelle ben indicate dal Ministero della Salute. In sintesi: lavaggio costante e meticoloso delle mani, evitare i mercati e il contatto con animali. Non utilizzare il telefono di un’altra persona potrebbe essere una buona norma. E vaccinarsi contro l’influenza prima di partire».

Ma a cosa serve il vaccino visto che quello specifico per il virus di Wuhan ancora non esiste? «Fa chiarezza. Se dovessi ammalarmi, sarebbe possibile escludere subito l’influenza».

Secondo la rivista The Lancet soggetti asintomatici possono diffondere il coronavirus. Non c’è il rischio che i controlli agli aeroporti siano inefficaci? «Non mi sento di smentire una rivista così autorevole, anche perché è in analogia con altri tipi di malattie, esistono portatori transitori, magari sani, che danno un’infezione asintomatica e che possono diffondere il virus. Ma bisogna calare il tutto nella realtà di questa malattia: l’unica cosa che possiamo fare è isolare e identificare i casi, tenendo presente che la trasmissione avviene con un contatto molto stretto.

Insomma, la possibilità di contagio che passi da un portatore sano che stava, ad esempio, sul volo da Wuhan a Fiumicino è remota. E la risposta delle autorità cinesi, con le misure che hanno portato al blocco della Sars, sono giuste. Alla fine la Sars di fatto è scomparsa. La trasmissibilità sembra simile a quella dell’influenza e la letalità è più bassa di quella della Sars. E morti ci sono anche con l’influenza, purtroppo, ricordiamolo».

Perché il virus di Wuhan ci preoccupa tanto? «È una malattia nuova. Però mi lasci ricordare che tra chi si prendeva cura di questi malati a Wuhan c’era un medico che è morto, così come avvenne per un nostro eroico connazionale ai tempi della Sars, il dottor Carlo Urbani».

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