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Congo, una lunga scia di sangue: 60 anni fa l'eccidio di Kindu dove morirono 13 aviatori italiani

Lunedì 22 Febbraio 2021
60 anni dall'eccidio di Kindu

Nel giorno della morte dell'ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio, in un attacco ad un convoglio delle Nazioni Unite, l'Italia ricoda, a 60 anni di distanza, un'altro grande tragico evento nella storia del nostro paese: l'eccidio di Kindu. Durante la famosa strage, avvenuta l'11 o il 12 novembre 1961, furono brutalmente assassinati 13 aviatori italiani della 46esima Brigata aerea dell'Aeronautica militare, inviati nel contingente dell'Operazione delle Nazioni Unite, per ristabilire l'ordine nello Stato africano durante la "crisi del Congo".

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All'inizio degli anni sessanta, il paese africano stava affrontando i disordini che seguirono la sua indipendenza dal Belgio. Ma la lunga scia dei militari italiani morti all'estero dopo la Seconda Guerra Mondiale parte dal 1949, quando il finanziere Antonio Di Stasi perse la vita ucciso da copi di scimitarra in un'imboscata a Senafé, in Eritrea. L'anno successivo, nel 1950, sempre in Eritrea, il maresciallo dei carabinieri Pio Semproni fu ucciso in un conflitto a fuoco.

Nel 1952 due carabinieri, Luciano Fosci e Flavio Salacone, trovarono la morte nel tentativo di bloccare i manifestanti durante una violenta rivolta in Somalia. Nel 1973 il capitano Carlo Olivieri fu colpito mortalmente da un razzo nelle prime ore della guerra del Kippur, in Egitto. Nel 1983 a Beirut, in Libano, il marinaio della Marina Militare Filippo Montesi, del contingente di pace, fu ucciso a colpi di mitra durante un pattugliamento notturno. Nel 1992, in Croazia, quattro militari italiani perdono la vita nell'«eccidio di Podrute» in seguito all'abbattimento dell'elicottero sul quale viaggiavano. Mesi dopo sul Monte Zec, in Bosnia-Erzegovina, quattro aviatori italiani vengono abbattuti sul loro aereo che trasportava aiuti umanitari.

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Il 1993 è uno degli anni più tristi per l'Italia impegnata nelle missioni «Restore Hope» e «Ibis II», in Somalia. Nella cosiddetta «battaglia del checkpoint Pasta», a Mogadiscio, tre soldati restano vittime di un'imboscata di miliziani armati. Nello stesso anno, sempre a Mogadiscio, cadono i paracadutisti Gionata Mancinelli, Giorgio Righetti e Rossano Visioli e il maresciallo capo Vincenzo Li Causi. L'anno successivo, in un'imboscata sulla strada Balad-Mogadiscio, muore il tenente Giulio Ruzzi, ultimo caduto della missione italiana in Somalia. Il 12 novembre del 2003 a Nassiriya, in Iraq, uno degli attentati più cruenti: un camion bomba esplose davanti all'ingresso della base italiana dei carabinieri. Nella deflagrazione rimasero uccise 28 persone, 19 italiani di cui 2 civili, e 9 iracheni. Sempre nella missione Antica Babilonia, in Iraq, morì il primo caporale maggiore Matteo Vanzan, vittima di un attacco dei miliziani di Moqtada Al Sadr.

 

Nel 2005, durante la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena, viene ucciso da fuoco amico il capo dipartimento del Sismi, Nicola Calipari. Nel 2006, ancora Iraq, in seguito ad un attentato muoiono tre marescialli capo dei carabinieri e un capitano della Folgore. In Afghanistan trovano la morte, invece, quattro alpini, uccisi - in due episodi differenti - dallo scoppio di una mina al passaggio del loro convoglio. Nel 2007, in seguito all'attentato suicida nel giorno dell'inaugurazione del ponte sul fiume a Paghman (vicino Kabul) muore il maresciallo capo del genio pontieri Daniele Paladini. In un attentato a Kabul nel 2009 muoiono quattro caporal maggiore, un sergente maggiore e un tenente in seguito ad un attentato suicida. Numerosi sono i caduti in Afghanistan tra il 2010 e il 2013: in totale durante l'intera missione italiana sono stati 54. Il Ministero della Difesa ha dedicato una pagina web a tutti i militari caduti all'estero, con biografie e riconoscimenti ricevuti.

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I gruppi armati

Secondo stime recenti sembra che il numero dei gruppi armati attivi nella Repubblica Democratica del Congo oscilli tra i 70 e 100. Stando ad una valutazione del Factbook della Cia, le forze armate sono impegnate in operazioni di combattimento contro numerosi gruppi armati all'interno del territorio, in particolare nelle province orientali di Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu.

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Tuttavia numerose violenze si verificano anche nelle province di Maniema, Kasai, Kasai Centrale e Tanganyika, e spesso i militari regolari faticano a garantire la sicurezza nelle aree di conflitto. Anche alla luce dell'insufficiente addestramento, della corruzione e dell'inadeguatezza dell'equipaggiamento, oltre che di una composizione etnica potenzialmente conflittuale e della oggettiva difficoltà nel gestire un Paese tanto grande.

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Monusco, la forza di pace e stabilizzazione della Repubblica Democratica del Congo, opera nelle parte centrali ed orientali del paese dal 1999; stando ai dati del marzo scorso, comprende 18.500 unità, di cui 14mila militari. Il mandato della missione è stato prorogato di un anno nel dicembre scorso.

Ultimo aggiornamento: 19:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA