Catalogna, l’ambasciatore spagnolo: «Gli indipendentisti non possono decidere per tutti»

Domenica 20 Ottobre 2019 di Francesco Malfetano
L’ambasciatore spagnolo: «Gli indipendentisti catalani non possono decidere per tutti»

«Il dialogo in Catalogna è possibile. Ma prima di tutto bisogna che lo trovino tra i catalani stessi perché gli indipendentisti sono meno della metà». Dopo sei giorni di scontri, con le strade di Barcellona invase dalle barricate, 182 feriti e 54 arresti, Alfonso Dastis, Ambasciatore spagnolo in Italia, resta «ottimista» ma «preoccupato». Il caos creatosi a partire da lunedì, dopo le sentenze di condanna ai 9 leader indipendentisti per i fatti che portarono alla dichiarazione unilaterale di fine 2017, è risolvibile. «Ora sta prevalendo la raucha (la rabbia ndr) - dice dalla sua residenza romana, al Gianicolo - ma noi in Spagna abbiamo sempre parlato del buonsenso dei catalani. Bisogna ritrovarlo». E ancora, se «vogliono modificare la Costituzione» o «cambiare la legge» possono farlo però, aggiunge, «lo facciano in modo democratico».
Sembra davvero che la situazione possa sfuggire definitivamente di mano. È così?
«Abbiamo solo bisogno di tranquillità, che l'ordine pubblico sia rispettato e che ci sia una cessazione della violenza. Una violenza che, peraltro, sembrerebbe essere organizzata e di fronte alla quale la polizia sta rispondendo con proporzionalità. È inevitabile usare la forza quando ci sono degli attacchi vandalici che stanno distruggendo l'arredo urbano e bloccando i servizi pubblici. Speriamo che ci siano politici responsabili che richiamino alla calma per organizzare un dialogo».
Si parla molto della presenza di infiltrati nei cortei e negli scontri.
«Non è facile stabilirlo ma il ministero dell'Interno sta facendo delle indagini. Non è chiaro. Io penso che una parte degli indipendentisti sia radicale e anti-sistema e stia cercando di imporre la propria posizione. Mentre un'altra parte non è violenta, ma in questo momento sembra essere superata dagli altri».
Pensa sia possibile che lo stato Spagnolo riesca a parlare con la Generalitat in questo momento?
«Abbiamo tutti bisogno di un dialogo nel rispetto della legge. Il problema è che gli indipendentisti hanno un solo fine prestabilito ed è quello dell'indipendenza. Ma in questo momento, per la legge spagnola come per quella italiana o tedesca non è possibile. Per cui non è facile immaginare un risultato che piaccia a tutti».
Quindi, come si procede?
«Il dialogo in Catalogna è possibile. Ma prima di tutto bisogna che lo trovino tra i catalani stessi perché gli indipendentisti sono meno della metà. Innanzitutto c'è la necessità di ritornare ad instaurare la convivenza in Catalogna e poi di dialogare tra tutte le forze politiche. Ci sono idee diverse che vanno da una riforma costituzionale a un maggiore autogoverno. In ogni caso non è accettabile che una parte della Catalogna possa decidere quale sarà il futuro di tutti i catalani e di tutti i cittadini della Spagna. Se vogliono modificare la Costituzione o cambiare la legge possono farlo ma lo facciano in modo democratico».
Il grande assente è Carles Puigdemont. L'ex presidente della Catalogna è in Belgio e si oppone a «ogni tentativo» di rimandarlo in Spagna.
«Io penso che Puigdemont debba finire come gli altri. Per me il processo e la sentenza che è stata pronunciata lunedì era l'esito naturale di un processo giudiziario che si è svolto con tutte le garanzie e con la massima trasparenza».
In Spagna si voterà ancora una volta il 10 novembre. L'assenza di un Governo forte ha avuto un peso nella situazione?
«No, il Governo la sta gestendo bene, con proporzionalità. L'esecutivo attuale come quello precedente (sorride, Dastis è stato Ministro degli Esteri nel secondo governo Rajoy ndr) era a favore del dialogo. Ma deve essere nel rispetto della legge».
Per alcuni i nuovi scontri catalani potrebbero ispirare altri indipendentisti del Paese.
«Io ricordo ciò che abbiamo vissuto nei Paesi Baschi e lì siamo riusciti a ristabilire la convivenza. Per me poi è l'opposto: la gente vede quello che accade e non vuole riviverlo. È un po' come la Brexit, gli europei hanno visto cosa succede con l'uscita dalla Ue e nessuno vuole seguire la stessa strada».

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