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Brexit, rinviato il voto in Parlamento. May gelata dalla Ue: niente modifiche

Brexit, May travolta da urla e risate in Parlamento. Rinviato voto sull'intesa con l'Ue
4 Minuti di Lettura
Lunedì 10 Dicembre 2018, 10:45 - Ultimo aggiornamento: 11 Dicembre, 09:57

Contrordine onorevoli colleghi: il D-Day sulla Brexit è rinviato a data da destinarsi. Sull'orlo del baratro di una sconfitta parlamentare devastante, Theresa May innesta la marcia indietro sul voto di ratifica previsto per domani del suo accordo di divorzio dall'Ue, ne annuncia lo slittamento - negato categoricamente fino a poche ore prima - e si aggrappa alla speranza di un estremo supplemento negoziale con Bruxelles per provare a spuntare almeno un aggiustamento cosmetico sul capitolo più spinoso e controverso per la sua terremotata maggioranza: quello del cosiddetto backstop.
 

 

L'inversione a U non pone in discussione l'impegno della premier a portare il Regno fuori dal club europeo «il 29 marzo 2019». Ma neppure le offre alcuna garanzia di rimettere insieme - di qui a qualche giorno, o più probabilmente qualche settimana - un consenso sufficiente a Westminster: tanto più che dalla capitale belga si ammonisce, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, che l'intesa sul tavolo non è in sostanza rinegoziabile. E tuttavia si tratta se non altro di una mossa che offre a May un pò di ossigeno, fino al prossimo giorno del giudizio. 
 

Il colpo a sorpresa - in realtà anticipato dai media fin da ieri, a dispetto delle smentite di Downing Street - è arrivato a fine mattinata con la convocazione in conference call di un consiglio dei ministri straordinario da cui viene fatto trapelare la decisione di posticipare il voto. Decisione poi confermata dalla premier ai Comuni con una dichiarazione nella quale ha formalizzato la decisione di tornare a Bruxelles già questa settimana per cercare di ottenere «ulteriori rassicurazioni» sul backstop, il meccanismo vincolante di salvaguardia del confine aperto fra Irlanda e Irlanda del Nord imposto dall'Ue che molti deputati contrari all'accordo considerano cruciale per il loro dissenso. Theresa May ha ammesso senza giri di parole che allo stato il testo sarebbe stato «respinto con ampio margine», ma ha puntualizzato di ritenere che l'accordo da lei raggiunto con i 27 resta nel complesso «il migliore possibile» in quanto garantisce «un'uscita negoziata» dall'Ue e assicura il rispetto della volontà popolare espressa nel 2016: allontanando la prospettiva di un referendum bis che la signora primo ministro continua a rigettare come miccia di nuove inevitabili divisioni nel Paese, malgrado la Corte di giustizia dell'Ue oggi abbia certificato che il Regno, qualora lo volesse, sarebbe libero di revocare in modo unilaterale la Brexit. Parole accolte dalle reazioni sarcastiche, quando non furiose di buona parte della Camera, fra interruzioni, risate e inviti alle «dimissioni» dai banchi del Labour. Il leader dell'opposizione laburista, Jeremy Corbyn, pur rimandando per ora la carta incerta di una possibile mozione di sfiducia immediata, le ha da parte sua liquidate come un modo per prendere tempo, denunciando «una situazione estremamente grave e senza precedenti» per il Regno, in mano ormai a «un governo non più funzionante».

Mentre toni polemici non sono mancati pure dai settori più critici della maggioranza, rinfocolati dallo sdegno di molti per un rinvio deciso dell'esecutivo unilateralmente. Senza contare il rifiuto d'indicare al momento una qualunque scadenza per un nuovo voto, al di là dell'impegno a tornare in aula al più tardi prima del 21 gennaio: data limite prevista per l'eventuale comunicazione di una Brexit 'no deal', ossia dello lo spettro di un divorzio senz'accordo che diversi parlamentari sospettano il governo voglia, attraverso il rinvio, rendere più minaccioso come sola alternativa all'accordo; e che la stessa May ha richiamato non a caso come un pericolo «accidentale» rispetto al quale occorre «intensificare i preparativi».

Il problema per il governo resta in ogni modo quello di racimolarli alla fine questi voti, in un clima che resta ostile. A maggior ragione poiché le ipotetiche concessioni extra in sede europea sembrano poter essere solo di facciata. Come spiega il premier irlandese Leo Varadkar, avvertendo che il backstop non si tocca, salvo «chiarimenti». E come conferma Donald Tusk, annunciando via Twitter la convocazione di un nuovo «Consiglio europeo sulla Brexit» con paletti ben definiti: disponibilità a cercare di «facilitare la ratifica» sì, rinegoziazione delle 586 pagine di accordo neanche per idea. Nell'incertezza totale intanto la sterlina è scivolata ancora più giù fino a 1,2507 dollari, il livello più basso da circa 20 mesi a questa parte.

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