Brexit, Barnier: «Siamo disposti a negoziare». Ma l'Europa non farà sconti

Venerdì 13 Dicembre 2019 di Antonio Pollio Salimbeni

Un risultato elettorale nettissimo. Nessuno, dopo gli exit poll che davano a Johnson un vantaggio decisamente ampio, si è pronunciato nel merito. Ma era questo quello che si auguravano i governi della Ue dal momento in cui è scattata la corsa al voto nel Regno Unito. Un risultato chiaro significa una maggioranza parlamentare netta e coesa, condizione che può evitare all'Unione europea di restare di nuovo intrappolata, ostaggio dal Regno Unito.

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IL TEMPO PERSO
Troppo è durato il traccheggiamento nel negoziato per la Brexit, che in fondo ha contribuito a cementare la lunga paralisi politico-istituzionale europea. Boris Johnson questa volta non partecipa al vertice dei capi di stato e di governo. Ha chiesto di farsi rappresentare dal neopresidente dell'Unione Charles Michel. Assente giustificato. Di articolo 50 il Consiglio europeo discute questa mattina: per articolo 50 si intende quel passo del trattato Ue che norma l'uscita di uno stato membro. Dunque si capirà l'umore, l'orientamento dei Ventisette dopo la discussione.

IL NUOVO GOVERNO
La linea sulla quale hanno concordato i governi, malgrado le dichiarazioni del premier britannico, è non mettere fretta al nuovo governo. Infatti, il negoziatore Ue per la Brexit Michel Barnier non prevede interventi nei prossimi giorni. Tuttavia si parla di giorni, non di settimane. I Ventisette vogliono un'uscita ordinata del Regno Unito e l'intesa di divorzio non può essere riaperta. «Domani avremo una discussione» con i capi di Stato e di governo Ue «ma posso dire da parte della Commissione che siamo tutti pronti a qualsiasi eventualità» ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen dopo i primi exit poll. «Siamo pronti a negoziare ciò che sarà necessario e domani sarà importante ottenere un mandato dal Consiglio europeo per i prossimi passi».
La palla ora è davvero in mani britanniche, giacché la pista da seguire è definita e, al momento, non prevede scarti: la data della Brexit è la mezzanotte del 31 gennaio 2020. Da quel momento ci sono 11 mesi per trattare le future relazioni tra Ue e Regno Unito. Il tempo è scarso e la strada tutta in salita. Per questo c'è chi ritiene possibile - se non probabile - il rinvio del periodo di transizione durante il quale il Regno Unito continuerà a far parte dell'Unione europea oltre il 31 dicembre 2020. È una cosa di cui non si parla esplicitamente, tuttavia potrebbe rivelarsi necessaria dal momento che un'intesa sulle relazioni commerciali richiede un negoziato lungo e difficile.
 

 

CHI PERDE
Da un prolungamento del periodo di transizione avrebbe più da perdere il Regno Unito: sarebbe uno stato-spettatore nella Ue, soggetto più a oneri che a onori non potendo influenzare alcuna decisione e dovendola rispettare. Sostiene Mujtaba Rahman, di Eurasia Group: «Molto dipende dalla scala della vittoria di Johnson: se avesse vinto con una maggioranza inferiore a venti parlamentari avrebbe dovuto dare spazio a molti elementi euroscettici, ma con una maggioranza di oltre 50 parlamentari ha sicuramente più flessibilità e maggiore spazio per stare più vicino all'Unione europea».
L'approccio dei Ventisette sul negoziato per il partenariato con il Regno Unito è tenere stretti due aspetti: l'accordo commerciale e quello che viene denominato level playing field. Si tratta di assicurare parità di condizioni del mercato da tutti i punti di vista: standard sui prodotti, regole di concorrenza e aiuti di stato, aspetti fiscali, ambientali, sociali. «Separare l'accordo commerciale dalle misure per assicurare parità di condizioni sarebbe pericoloso per i Ventisette», indica una fonte europea. Johnson ha sempre detto di non volere né dazi né quote commerciali nelle relazioni con l'Unione europea, ma non ha di fatto mai fornito chiarimenti sull'allineamento del quadro di regolazione. Ha sempre evitato temi scivolosi.
PRODOTTI BRITANNICI
Ha evocato invece scenari all'insegna del buy british, comprare prodotti e servizi britannici innanzitutto, gli aiuti di stato (british anche quelli naturalmente). Insomma il tema della parità di condizioni sarà centrale nella trattativa. Due mesi fa la cancelliera Merkel disse: «Con l'addio britannico emergerà un concorrente potenziale per noi, insieme a Cina e Stati Uniti ci sarà anche il Regno Unito».

Ultimo aggiornamento: 09:06 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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