Biden all'attacco: «Non sono Trump, reagiremo ad azioni ostili di Mosca e Pechino»

Giovedì 4 Febbraio 2021
Biden all'attacco: «Non sono Trump, reagiremo ad azioni ostili di Mosca e Pechino»

Il nuovo presidente degli Stati Uniti comincia a sistemare le pedine sullo scacchiere internazionale. Joe Biden mette in guardia Russia e Cina, scarica Riad sulla guerra in Yemen e tende la mano agli alleati, partendo dalla Germania, dove blocca il parziale ritiro delle truppe deciso dal suo predecessore. Sono le principali mosse annunciate al Dipartimento di Stato, nella sua prima visita ad un ministero (insieme alla vice Kamala Harris) e nel suo primo discorso sulla politica estera da quando si è insediato. Un intervento che suggella la fine dell'America first di Donald Trump e la rinnovata adesione al multilateralismo.

«La diplomazia e l'America sono tornate», ha avvisato prima di tracciare la sua visione degli Stati Uniti nel mondo. «È arrivato il momento di fronteggiare gli autoritarismi di Cina e Russia», ha esordito, mettendo nel mirino in particolare Vladimir Putin: «sono finiti i tempi in cui subivamo le azioni ostili di Mosca, a differenza del mio predecessore ora non esiteremo ad alzare il prezzo», ha ammonito, chiedendo poi la liberazione immediata e senza condizioni di Alexey Navalny. Nonostante il rinnovo per altri cinque anni del New Start, l'ultimo trattato con la Russia per il controllo degli arsenali nucleari, tira aria di sanzioni: non solo per l'oppositore russo ma anche per le interferenze nelle elezioni, i cyber attacchi e le presunte taglie sull'uccisione di soldati americani in Afghanistan. Ma la mossa più clamorosa è lo stop del sostegno americano alla guerra saudita in Yemen, che ha causato uno delle peggiori crisi umanitarie del mondo, con la morte di migliaia di civili.

«Questa guerra deve finire», ha detto Biden, annunciando anche la nomina di un nuovo inviato Usa per lo Yemen, Timothy Lenderking. Una decisione che rimette in discussione i rapporti con Riad. Il presidente ha anche ribaltato la decisione di Trump di spostare parte dei soldati Usa in Germania, annunciando inoltre una rivalutazione del Pentagono della presenza delle truppe americane in tutto il mondo. Infine la minaccia di sanzioni alla Birmania dopo il colpo di stato e l'aumento del numero di rifugiati in Usa sino a 125 mila, contro i 15 mila di quest'anno, dopo le drastiche riduzioni di Trump. La scelta di ripartire proprio dallo 'State department', e non dal Pentagono o dalla Cia, è carica di significato: rimettere al centro dell'azione di governo la diplomazia e i diplomatici, spesso evitati, derisi o guardati con sospetto da un presidente come Trump che definiva il ministero «the Deep State Department».

L'ex commander in chief lo visitò solo una volta in quattro anni per un evento cerimoniale e nel primo processo di impeachment denigrò apertamente una delle sue feluche più rispettate, l'ambasciatrice a Kiev Marie Yovanovitch. Neppure Mike Pompeo la difese, facendo crollare il morale a Foggy Bottom. Biden invece ha voluto ringraziare il corpo diplomatico e ridargli fiducia, usando l'occasione per delineare la sua visione generale del ruolo internazionale dell'America, che deve ricucire alleanze e ricostruire la sua reputazione «per guidare il mondo col la forza del suo esempio».

Il presidente aveva lanciato i primi segnali di svolta sin dal 'day one' alla Casa Bianca, rientrando nell'accordo di Parigi sul clima, ritornando all'Oms e abolendo il bando contro i Paesi a maggioranza musulmana. L'avversario strategico numero uno resta però la Cina, di cui il governo Biden ha già condannato il «genocidio» degli uiguri: dopo la guerra dei dazi di Trump, Biden punta a coinvolgere gli alleati europei per contenere le mire espansionistiche e gli abusi del Dragone.

'Joe' ha sterzato anche sull'Afghanistan e sulla Corea del nord, annunciando rispettivamente la revisione dell'accordo di Trump con i talebani per il ritiro delle truppe e un nuovo approccio 'bastone e carotà per la denuclearizzazione, tra sanzioni ed incentivi. Gli Usa invece rientreranno nell'accordo sul nucleare iraniano solo dopo che Teheran tornerà a rispettarlo ma puntano poi ad una nuova intesa «più forte e duratura», con garanzie anche sul programma missilistico. Dell'eredità trumpiana Biden salva solo gli 'accordi di Abramo', con l'aspirazione di rafforzare la normalizzazione dei rapporti tra Israele e i Paesi Arabi, ma conferma la soluzione dei due Stati nel conflitto con i palestinesi.

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