India, la Corte Suprema dà ragione agli indù: sì alla costruzione del tempio ad Ayodhya

Sabato 9 Novembre 2019

Ventisette anni di scontri religiosi: a questo la Corte suprema indiana ha messo fine con una sentenza storica. Del resto, si spiega in ambienti diplomatici, la Costituzione dell'India garantisce a tutte le comunità religiose pari libertà di fede e credo.

Così i magistrati indiani all'unanimità hanno infatti dato l'okay alla costruzione di un tempio indù a Ayodhya, nell'Uttar Pradesh, su un terreno conteso da induisti e musulmani, ponendo così fine alla disputa riguardo alla proprietà. La Corte ha deciso inoltre che i musulmani avranno un altro appezzamento di terra per costruire una moschea.

La disputa sul tempio di Ayodhya risale al dicembre 1992, quando nazionalisti indù presero d'assalto e distrussero la moschea Babri Masjid, costruita nel 1528, sostenendo che usurpava un luogo precedentemente consacrato al dio Rama. Ne scaturirono scontri interreligiosi che in  due giorni portarono alla morte di oltre mille persone. La Corte Suprema fu coinvolta nella disputa sulla proprietà del terreno, contesa tra una congregazione religiosa induista che sostiene di esistere da prima dell'arrivo dei conquistatori Moghul, e gli esponenti musulmani che, al contrario, rivendicano che dal XVI secolo quell'area appartiene a loro.

La sentenza, letta questa mattina dal presidente Ranjan Gogoi, che il 17 novembre lascerà l'incarico, annulla la precedente decisione dell'Alta Corte di Allahabad che aveva tripartito il terreno, assegnando un terzo agli hindù, e gli altri due terzi a due diverse fondazioni islamiche. La Corte ha affermato che gli attacchi subiti dalla Moschea di Babri Masjid nel 1934, nel '49, e la definitiva demolizione nel 1992 sono stati contro la legge e da condannare. La decisione dei magistrati, in definitiva, si basa sulla convinzione che l'area su cui nel 1500 venne costruita la Moschea, non fosse «vergine» o deserta: i magistrati hanno argomentato che è evidente che per gli hindù la città sia il luogo di nascita del dio Rama, e che molti di loro ritengono che il dio sia nato nel punto che si trovava esattamente sotto la cupola della moschea distrutta. I giudici hanno aggiunto che esiste una quantità di reperti archeologici di stile induisti che precedono la costruzione della moschea e sostenuto che nessuno, né gli hindù, né i musulmani hanno saputo spiegare come fosse stata utilizzata l'area tra il 1200 e il 1500, e che, infine, i musulmani non sono stati in grado di dimostrare il loro possesso sulla proprietà contesa in modo unitario.

Milioni di indù hanno accolto il verdetto come una vittoria e stanno festeggiando con cerimonie religiose in tutta l' India: ingenti misure di sicurezza erano state prese nelle ultime ore nella città di Ayodhya e in tutto lo Stato dell'Uttar Pradesh per evitare disordini. Il premier Narendra Modi ha commentato in una serie di tweet che il verdetto ribadisce «l'equilibrio, l'indipendenza e l'equità del nostro sistema giudiziario». «La decisione non deve essere vista da nessuno come una vittoria o una sconfitta, l'armonia deve prevalere». 

Si spiega in ambienti legati al diritto internazionale che la Costituzione dell'India garantisce a tutte le comunità religiose pari libertà di fede e credo. E inoltre che l'India ha un potere giudiziario indipendente e che questa indipendenza fa parte della struttura di base della Costituzione. È, insomma, convinzione dell'amministrazione di New Delhi che gli indiani di tutte le fedi e comunità rispettino il giudizio, sottolineando la tradizione indiana di amicizia, unità e armonia.
 

Ultimo aggiornamento: 20:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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