La descrizione dell’arresto di Evan Gershkovich, 31 anni, passaporto degli Stati Uniti, da un anno corrispondente del Wall Street Journal dalla Russia, arriva dal quotidiano di Ekaterinburg, quarta città russa, 1670 chilometri a est di Mosca e centro di produzione dei carri armati. Agenti dei servizi in borghese lo prelevano da un ristorante, gli calano sulla faccia un maglione, lo spingono dentro un minivan che sgomma via.
REAZIONI
Ieri, Gershkovich era già davanti al tribunale del penitenziario di Lefortovo che “ospita” prigionieri dell’FSB, erede del KGB sovietico, in serata anche su pressione della Casa Bianca sarebbe stato concesso l’accesso consolare.
ALIAS
Ferreira è un nome fittizio, alias della spia russa del GRU, Sergey Cherkasov, figlio di una donna brasiliana morta in realtà senza figli (come si è scoperto). Arrestato in Olanda, è stato messo su un aereo e rimandato in Brasile, dove è detenuto con una condanna a 15 anni. I russi ne chiedono l’estradizione per spaccio di eroina (altro alias e altra copertura?). I due episodi potrebbero essere collegati. A dare la notizia dell’arresto del giornalista del WSJ un comunicato dei servizi russi per i quali Gershkovich «stava operando dietro istruzioni della parte americana, raccogliendo informazioni riguardo alle attività di una delle imprese del complesso militar-industriale russo, che sono segreto di Stato». Era stato anche in altri impianti. Accusa sdegnosamente respinta dal WSJ, che definisce il suo reporter «stimato e coscienzioso» e ne chiede l’immediato rilascio. Spiega l’avvocato esperto di spionaggio Ivan Pavlov che «la regola non scritta di non toccare i cronisti stranieri accreditati ha smesso di funzionare». Maria Zacharova assicura che non ci saranno ripercussioni sulle altre richieste di accredito dei giornalisti. Gershkovich, a quanto pare, stava lavorando a un articolo sui mercenari Wagner. L’ultimo a cui aveva collaborato riguarda il crollo dell’economia russa a causa delle sanzioni. Sarcastico il fondatore e capo di Wagner, Prigozhin. «Non credo di averlo visto nella mia camera delle torture, tra le decine di giornalisti americani che tengo lì».
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