Afghanistan, i nuovi signori del terrore arruolano guerriglieri. La sponda pakistana

Afghanistan, i nuovi signori del terrore arruolano guerriglieri. La sponda pakistana
di Marco Ventura
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Domenica 29 Agosto 2021, 01:15 - Ultimo aggiornamento: 11:29

L’Afghanistan è ormai diventato la «Las Vegas di terroristi, radicali ed estremisti», secondo l’ex ufficiale della sicurezza afghana Ali Mohammad Ali, citato dal premio Pulitzer Eric Schmitt sul New York Times. Ma la minaccia vera non sta a Kabul, che è un target, un obiettivo. E non arriva più, al momento, dal triumvirato di Talebani, Al Qaeda e Rete Hakkani che governano il Paese pur senza averne il pieno controllo. Il pericolo è costituito piuttosto dalla nuova edizione dello Stato Islamico sconfitto in Iraq e Siria e adesso in via di ricostituzione, nonostante gli attacchi mirati dei droni americani e le offensive via terra dei Talebani, nelle province nord-orientali a ridosso della frontiera col Pakistan, dove i neo-jihadisti del Califfato internazionale possono contare su un retroterra di appoggi non solo tribale, fra la gente, ma anche dentro l’Inter-Services Intelligence o Isi, i potenti servizi pakistani: le province di Nangarhar e Kunar, impervie, montuose, ricche di nascondigli.

Riferimento ideale dello Stato Islamico del Khorasan, Isis-K o Ispk, ovvero Stato Islamico della Provincia del Khorasan, è una regione leggendaria di retaggio medievale, la “Terra del Sole” che andava dall’Afghanistan all’Iran a gran parte dell’Asia centrale, oltre e attraverso tutti i confini disegnati dalle potenze coloniali. E si tratta di una minaccia insieme locale e globale, perché a differenza dei Talebani non si limita all’Afghanistan, ma nasce all’interno di una rete mondiale nel 2015, alimentata da miliziani in fuga da Iraq e Siria: nel 2016 erano circa 4mila prima di essere dimezzati dagli attacchi spesso congiunti american-talebani.

I LEGAMI

Il legame col Pakistan è fortissimo. Pakistano è il suo primo capo, l’emiro Hafiz Saeed Khan. Il legame coi Talebani è testimoniato dal fatto che il suo numero 2 era un ex combattente degli “studenti coranici”, Adhul Rauf Aliza, uscito da Guantanamo. Gli esperti delle Nazioni Unite hanno contato nei primi 4 mesi di quest’anno 77 attacchi dell’Isis-K rispetto ai 21 nello stesso periodo del 2020. Fra gli altri, l’assalto all’Università di Kabul lo scorso novembre, un lancio di razzi contro l’aeroporto di Kabul un mese dopo, e probabilmente anche il più barbaro di tutti gli attentati, la bomba che ha ucciso 80 studentesse in una scuola a maggio.

Abdul Sayed, esperto di terrorismo basato in Svezia, indica la capitale come il bersaglio preferito degli attacchi più «sofisticati e complessi» dell’Isis-K. Tutto è cambiato con l’ascesa al vertice di un nuovo capo, per la prima volta uno straniero, un arabo, che ufficialmente si chiama Shahab al-Muhajir, già comandante nella Rete Hakkani, che potrebbe però essere uno pseudonimo (riferiscono i servizi indiani molto attenti a quello che sta succedendo in Afghanistan) del siriano Abu Muhammad Saeed Khurasani. Personaggio ambizioso, che in virtù della sua provenienza straniera sarebbe riuscito a mettere d’accordo le diverse anime del movimento. Questo spiegherebbe anche perché i primi proclami non li ha pronunciati lui, che non parla bene la lingua, ma il suo portavoce.

LA STRATEGIA

Oppure, fin dall’inizio l’organizzazione ha cercato di fare scudo alla sua vera identità per schivare i droni americani e i commandos di Kabul. Il Centro per gli Studi strategici e internazionali di Washington conta ben 100 attacchi già nel 2017-18 tra Afghanistan e Pakistan contro i civili e più di 250 contro le forze afgan-americane e pakistane. I 2mila combattenti sopravvissuti alla tenaglia dei nemici sono aumentati con l’apertura delle prigioni afghane e l’arrivo di forze fresche da altri territori dello Stato Islamico e dalle fila stesse dei Talebani. Forte, soprattutto, l’attrattiva del radicalismo sui giovani. E l’occasione, ghiotta, del ritiro americano. Una vittoria, per gli estremisti. E un’opportunità, per gli ideologi del terrore globale.
 

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