Ponte aereo e profughi: dal record imbattuto di 1.086 (+2) passeggeri sul Jumbo alla sfida ai Maneskin

Ponte aereo e profughi: dal record imbattuto di 1.086 (+2) passeggeri sul Jumbo alla sfida ai Maneskin
di Paolo Ricci Bitti
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Lunedì 30 Agosto 2021, 00:50 - Ultimo aggiornamento: 1 Settembre, 15:15

«Mille, mille e uno, mille e due, mille e tre ... Lei, mi scusi, per favore, sia gentile: riattacchi l'adesivo sulla fronte... mille e 85, mille e 86: ecco, sono finiti, ora comandante possiamo decollare».

Avete in mente l'hostess o lo steward che sulla macchinetta contapersone schiaccia la levetta per ogni passeggero che entra nella carlinga dell'aereo? Se vi sono sembrati tanti gli 823 profughi afghani imbarcati uno sull'altro su un cargo C-17 Globemaster III americano per fuggire da Kabul, come non era mai avvenuto prima, si può allora ricordare che quella moltitudine è nettamente inferiore a quella ugualmente spaventata e ammassata su un Jumbo nel 1991 in Etiopia, in circostanze simili a quelle dell'Afghanistan attuale e del ponte aereo che è stato allestito anche dall'Italia.

Il record tutt'ora imbattuto del maggior numero di passeggeri per un aereo risale alla notte tra il 24 e il 25 maggio di 30 anni fa: su un B747 cargo dell'El Al, la compagnia di bandiera di Israele, le forze di sicurezza di Tel Aviv riuscirono a stipare 1.086 (più 2) profughi etiopi ebrei costretti ad abbandonare da un giorno all'altro il paese dopo la caduta del dittatore comunista Hailé Mariam Menghistu, il “Negus rosso”.

Perché “più 2”? Perché durante il volo di 4 ore tra la capitale etiope e quella israeliana nacquero due bambini (altra similitudine con il ponte aereo di questi giorni). In verità di neonati e di bambini di pochi anni al “Ben Gurion” ne sbarcarono assai più del previsto, perché le mamme allo scalo Bole (ex “Haile Selassie I”) di Addis Abeba li avevano nascosti sotto i vestiti in quelle ore di terrore che avevano preceduto la fuga dal paese. Una nazione stremata da anni di carestie anche “pilotate”, di brutali repressioni con almeno mezzo milione di vittime del regime militare e definitivamente al collasso dopo l'offensiva del “Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope (Eprdf)”.

Per gli aerei C-17 o Jumbo trasportare tutti quei passeggeri in realtà non rappresenta un problema dal punto di vista tecnico: su questi giganti del cielo non c'è la targhetta come sugli ascensori, ma il Globemaster dell'Usaf può portare in volo oltre 74 tonnellate di carico, quasi 7 di più di quelle pesate complessivamente - a spanne – dagli 823 profughi imbarcati il 15 agosto. E il Jumbo Cargo dell'El Al, ora fuori servizio, arrivava a oltre 104 tonnellate. Per di più si è trattato di voli ben al di sotto dei limiti dell'autonomia (dalle 3 alle 4 ore) e quindi è stato possibile guadagnare chilogrammi non riempendo al massimo i serbatoi.

Il record del Jumbo El-Al regge il confronto anche con la capacità, anch'essa da primato, del prepensionato Airbus 380, l'aereo di linea più “capiente” di sempre, in grado di accogliere fino a 853 passeggeri se allestito interamente in classe Turistica, scenario in realtà rarissimo perché poco redditizio per le compagnie: 853 passeggeri con relativi bagagli che invece non avevano i profughi etiopi e afghani, persone inoltre certo meno pesanti del turista medio o del businessman che salta da un continente all'altro.

Il problema vero è che sul Jumbo Cargo dell'El Al e sul C-17, e in parte anche sui C130J Hercules dell'Aeronautica militare italiana impiegati nei giorni scorsi per il ponte aereo da Kabul, per accogliere tutti quei profughi li si è dovuti far sistemare sul pavimento della carlinga, precariamenti assicurati a “binari” con le fettucce usate di solito per bloccare pallet di merce “carrellati” o veicoli: i piloti sapevano che i margini di sicurezza, in caso di manovre brusche - non da aereo di linea, insomma - erano assai limitati per i passeggeri che rischiavano di essere pericolosamente sballottati nella fusoliera. Ma per i profughi mille volte meglio questo rischio rispetto a quello di perdere la vita nel paese lasciato.

Le immagini del Jumbo El Al del 1991 sono ancora più impressionanti di quelle del Globemaster delle scorse settimane: per caricare quanti più profughi possibile vennero rimossi tutti i seggiolini. E a ogni passeggero venne appiccicato sulla fronte un bollino adesivo numerato, la carta d'imbarco più essenziale mai esistita.

L'operazione Salomone

E' che non c'era un minuto da perdere, l'operazione “Salomone” si rivelò ancora più imponente di quelle “Mosé” e “Giosué” (vedi il film Red Sea Diving del 2019), ugualmente allestite a partire dal 1980 da Tel Aviv per “estrarre” etiopi della comunità Beta Israel (“Casa di Israele”) dal paese sempre più nel caos. Volgeva al forzato declino la presenza in Etiopia degli ebrei giunti nel Corno d'Africa si ritiene dopo il 587 avanti Cristo, in fuga dalle truppe di Nabucodonosor che distrussero Gerusalemme. Altre ricerche spostano di mille anni più avanti l'arrivo degli ebrei, malsopportati dale maggioranze cristiane e islamiche.

Altre operazioni simili, con l'Etiopia in situazioni meno concitate, sono continuate fino a qualche anno fa, ma nessuna è paragonabile a quell'esodo fulmineo del 1991 che portò in Israele 14mila e 500 ebrei nel giro di poche ore.

Il governo israeliano aveva già trattato e già pagato (si dice 13 milioni di dollari parte anche in armi) Menghistu per poter fare espatriare gli ebrei etiopi, ma poi in maggio la situazione ad Addis Abeba precipitò con il dittatore, ormai privo del sostegno di ciò che restava dell'Urss, che riparò nello Zimbabwe.

Il governo israeliano, con il Mossad, aveva da tempo preparato il piano per la più massiccia evacuazione di sempre di ebrei etiopi, ma a quel punto bisognava trattare con i nuovi padroni della capitale, i rivoluzionari dell'Eprdf, evidentemente non soddisfatti delle storiche relazioni fra Israele, Haile Selassie e Menghistu e pronti a rappresaglie contro i Beta Israel.

Vennero concesse appena 36 ore. Gli israeliani se le fecero bastare. Come? Prelevando in un giorno e mezzo 14mila e 500 profughi, cifra che fa impallidire - in proporzione - i 100mila fra occidentali e afghani evacuati in più di due settimane da una flotta aerea colossale e internazionale rispetto a quella autarchica usata da Israele 40 anni fa. Nel ponte aereo del 24 e 25 giugno vennero schierati 34 fra C130 dell'aeronautica militare israeliana (Iaf) e velivoli civili con la livrea bianca e azzurra dell'El Al, compreso il Jumbo del record: tutto ciò che si poteva smontare dalle carlinghe venne rimosso, gli interni privi di seggiolini vennero foderati con fogli di plastica e poi, ad Addis Abeba, si passò al contrappello degli ebrei che nel frattempo erano stati chiamati in aeroporto con l'ordine di portare solo i documenti d'identità. Vietato ogni bagaglio, ad eccezione di pochi ombrelli rituali usati dai più anziani. Si arrivò a privare qualcuno delle scarpe pur di guadagnare chilogrammi preziosi.

Ogni gruppo di passeggeri, nell'oscurità della notte, veniva tenuto unito sulla pista con una fune e accompagnato agli aerei che avevano rullato fino a zone periferiche dello scalo attorno al quale riecheggiavano le raffiche di mitraglia dei rivoluzionari. I Jumbo avevano bisogno anche dell'ultimo metro di pista per decollare in quella situazione in cui non si poteva certo “tirare su” (cabrare) con decisione allo “stacco”. Su ogni aereo erano presenti anche due medici, perché molti Beta (Beth) Israel erano in condizioni precarie e in volo nacquero 5 bambini.

Tutto filò meravigliosamente liscio e la sera del 25 maggio lo Stato di Israele contava 14mila e 500 nuovi cittadini che allargavano la comunità degli ebrei etiopi attesa tuttavia a una non facile integrazione: restare in Etiopia, tuttavia, sarebbe risultato fatale. Fra i neo immigrati in quello scenario anche i genitori della cantante Eden Alene che con “Set Me Free” ha sfidato i Maneskin all'Eurovision Contest di Rotterdam. Non ci fosse stato il rinvio per il Covid, la rappresentante di Israele avrebbe cantato l'anno scorso il brano “Feker libi” che ha il testo in ebraico, arabo e anche amarico, la lingua del paese etiope in cui affondano le radici delle sua famiglia.

Paolo Ricci Bitti

Le foto

Il volo del C-17 Usaf del 15 agosto 2021

Il volo del 747 Jumbo El Al del 25 maggio 1991

C-17 Globemaster

Il video del ponte aereo del 1991

Eden Alele e la canzone dell'Eurovision 2021 vinto dai Maneskin

Feker Libi

Il commento alla canzone destinata all'Eurovision annullato nel 2020

Eden Alene proviene dalla comunità ebrea etiope emigrata in Israele, una delle comunità ebraiche più ricche di cultura. Il nome della canzone, Feker Libi, significa "l'amore del mio cuore" o "il desiderio del mio cuore" in amarico, la lingua parlata in Etiopia. Durante il ritornello, Eden canta la stessa frase in arabo ed ebraico ("Tu sei quello che amo") per incarnare l'eredità e la cultura unite di Etiopia e Israele. 

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