11 settembre, 20 anni fa gli aerei contro le Torri Gemelle: l'attacco svelò il nemico invisibile

11 settembre, 20 anni fa gli aerei contro le Torri Gemelle: l'attacco svelò il nemico invisibile
di Carlo Nordio
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Domenica 5 Settembre 2021, 11:22 - Ultimo aggiornamento: 15:13

La mattina dell'11 settembre 2001 diciannove terroristi islamici, imbarcatisi in quattro aerei decollati da Boston, da Newark e da Washington si impossessarono dei comandi, invertirono la rotta e puntarono su quattro obiettivi simbolici: la Casa Bianca, il Pentagono e le torri gemelle di Manhattan. Alle 9,03 cominciò la più grande strage di civili per un atto di guerra in territorio americano: solo il kamikaze diretto alla Casa Bianca mancò il bersaglio, per una ribellione dei passeggeri che fece precipitare l'aereo in un terreno isolato. Gli altri mirarono giusto. I morti furono più di tremila, i feriti più del doppio, i danni materiali e morali incalcolabili.
La prima reazione tra lo sbigottimento e lo strazio, fu di paragonare l'attacco dei terroristi a quello di Pearl Harbor sessant'anni prima, quando i giapponesi, decollati da 6 portaerei al largo delle Hawaii avevano semidistrutto la flotta di corazzate e l'intera base aeronavale, uccidendo oltre 2000 soldati. Ma il paragone non reggeva. In primo luogo perché allora il governo americano si aspettava qualcosa del genere, tanto da aver prudentemente allontanato le preziose portaerei dalla rada. Poi perché quella era un'operazione bellica in piena regola, condotta da una potenza nemica ben identificata. Infine Pearl Harbor era distante 4000 chilometri dalla costa americana, ed era comunque una base militare: nessuno aveva assistito a quel macello, e ancora oggi i filmati sono pochi, e in parte fasulli.

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L'EROISMO DEI POMPIERI
Ora invece la tragedia si era consumata in diretta, sotto gli occhi atterriti di milioni di spettatori che vedevano i corpi gettarsi dai grattacieli, i pompieri addentrarsi eroicamente in quell'inferno di fuoco e di fumo, per restare alla fine sepolti sotto la valanga di detriti delle torri che franavano. Un attentato di tali dimensioni era del tutto inatteso, e aveva colpito il cuore della città simbolo degli Stati Uniti, ammazzando quasi esclusivamente dei civili. Qualcuno sogghignò che gli imperialisti se l'erano cercata; altri combinarono cattiveria e stupidità insinuando che fosse addirittura un complotto della Cia. Ma in complesso il mondo si strinse attorno agli Stati Uniti, e la popolarità del presidente Bush schizzò alle stelle. La Nato, in base all'articolo 5 dello Statuto, considerò l'attentato diretto contro tutti i Paesi appartenenti, Italia compresa, e si preparò alla reazione.
In complesso, l'impresa dei dirottatori aveva dimostrato una progettazione meticolosa, un addestramento lungo e accurato, un finanziamento cospicuo e un'esecuzione perfetta, oltre naturalmente alla determinazione a uccidere e a morire motivata da un fanatismo religioso a noi incomprensibile. Il raccapriccio per una strage così spietata fu superato dal timore della presenza di un nemico invisibile, radicato nel territorio in una dimensione sconosciuta ma tentacolare. Per la prima volta gli americani percepirono l'insicurezza, e addirittura il panico, all'interno delle proprie abitazioni. Ma mentre sessanta anni prima Roosevelt, definendo Pearl Harbor il giorno dell'infamia, aveva un nemico da vincere e i mezzi per annientarlo, ora Bush poteva solo promettere una guerra di cui nessuno conosceva né l'obiettivo né tantomeno la collocazione.


L'ADDESTRAMENTO
L'America allora mobilitò tutte le forze investigative disponibili. Quello che emerse fu, se possibile, ancora più allarmante della strage. I terroristi vivevano da tempo nel territorio americano, molti si erano addestrati nelle locali scuole di pilotaggio e alcuni erano già noti ai tre organismi di sicurezza - Fbi, Cia e Nsa - che però non comunicavano tra loro e addirittura si nascondevano i dati e le fonti. Le televisioni pubblicarono le immagini dei dirottatori ripresi dalle telecamere mentre si imbarcavano tranquillamente, con gli zaini, per il loro ultimo volo. I controlli degli aeroporti, che dagli anni 70 erano diventati meticolosi e quasi assillanti, si erano rivelati un colabrodo di inefficienza e di ingenuità.
Alla fine il mandante fu individuato in Osama Bin Laden, ricco principe saudita che aveva da tempo proclamato la guerra santa contro gli Usa per gli aiuti forniti a Israele contro i palestinesi, ai russi contro i ceceni, agli indiani contro i musulmani, e in sostanza perché tutto l'Occidente era una banda di infedeli. Il suo quartier generale era in Afghanistan, dove le sue tribù avevano costretto anni prima l'invincibile Armata Rossa a una umiliante ritirata. Bush organizzò una coalizione per abbattere il regime dei talebani che allora governava quel Paese che ospitava e proteggeva l'uomo più pericoloso della terra. L'operazione, iniziata il 7 ottobre ebbe successo, Kabul cadde senza troppa resistenza il 12 novembre e alla fine dell'anno l'intero Afghanistan era, o sembrava, nelle mani degli alleati. Ma del ricercato non c'era traccia. Dopo dieci anni di presenza, che altri chiamarono occupazione, le forze speciali lo individuarono in un luogo isolato e protetto del Pakistan, e lo eliminarono con un'operazione spettacolare, cui il nuovo presidente Barak Obama assistette entusiasta. In teoria la missione era compiuta, giustizia era stata fatta, e gli eserciti occidentali potevano ritirarsi soddisfatti.

 


LA DEMOCRAZIA
In realtà strategia e obiettivi erano mutati: non più e non solo la caccia ai terroristi e ai loro padrini, ma la costituzione in Afghanistan di una sorta di democrazia occidentale. Era un esperimento che già stava mostrando i suoi limiti in Iraq, dove gli americani erano intervenuti alcuni anni prima per abbattere il regime di Saddam Hussein. Se in Iraq l'impresa era difficile, in Afghanistan era impossibile. Le popolazioni locali erano (e sono) divise quasi in tutto, tranne che nell'odio verso gli stranieri, contro i quali iniziarono quella consueta, logorante guerriglia che aveva già sconfitto i francesi a Dien Ben Phu, gli americani a Saigon, e i sovietici a Kabul. Ancora una volta non era stata compresa la legge fondamentale di questa forma di lotta tra un esercito e forze irregolari, a suo tempo formulata dal generale Gallois: che se la guerriglia non perde, vince, mentre lo Stato se non vince, perde.

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