CORONAVIRUS

Coronavirus, la pandemia cambia la moda, bando alla lussuria: si rispolverano i vecchi abiti

Sabato 23 Maggio 2020 di Gustavo Marco Cipolla
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Gola_credits Moodart Fashion School website

Riscoprire i valori del passato per andare avanti quando l'urgenza pandemica sarà finita. La moda fa un salto indietro nel tempo ma guarda al futuro, accendendo i riflettori sull’importanza della tradizione artigiana, la sartorialità e l’inconfondibile manualità delle maestranze made in Italy. E dimostra con il back in time la rivalutazione di un rapporto stretto e confidenziale con i clienti per non soccombere alla crisi economica causata dal Coronavirus: modelli virtuosi nelle strategie di impresa che non dimenticano il rispetto per l’ambiente e la sostenibilità in un giro d'affari che, secondo il "Financial Times", vale 2500 miliardi di dollari e in cui il fast fashion, con i suoi 7 vizi capitali, ha tentato il settore attraverso la logica diabolica del consumismo sfrenato e il famigerato "usa e getta".
 

 

La quarantena e l’isolamento forzato hanno portato la moda a rallentare il passo, analizzando i limiti che esistevano già prima della diffusione del virus, riconvertendo le produzioni a causa dell’emergenza sanitaria e focalizzandosi sull’essenzialità, senza orpelli, di abiti e accessori che spianano la strada ad un modus vivendi più semplice e “glocal”. Ciò non significa rinunciare alle tendenze ma puntare, nel panorama mondiale dominato dalle multinazionali, su sfide “green”, eco-friendly e coerenza manifatturiera. Dall'universo modaiolo al cinema tramite la riscoperta dei drive-in, l’home banking, pizza e dolci fatti in casa con un’impennata delle vendite di farina, come riporta "The Economist", fino al monopattino e alla bicicletta che, in un report di "Le Parisien", è utilizzata da circa l’85% dei parigini nella Ville Lumière. Nella ricerca dell’agenzia Espresso Communication, che ha condotto un’indagine su oltre 20 magazine italiani e stranieri specializzati in lifestyle e design, più di 7 consumatori europei e statunitensi su 10 prevedono di ridurre le proprie spese nello shopping per il comparto dell’abbigliamento. La Federazione Moda Italia, inoltre, stima una perdita del 50% delle entrate per l’anno corrente. Tuttavia, ogni recessione, in questo caso quella legata al Covid-19, può trasformarsi in un’opportunità per “sanificare” proprio quei vizi capitali che affliggono il fashion system,troppo spesso contagiato dalla logica del fatturato, mettendo in cantina la qualità di prodotti e servizi d’eccellenza sulla base di quanto emerge da un articolo del "Women’s Wear Daily". Giovanni Maria Conti, docente di Storia e Scenari della Moda al Politecnico di Milano, spiega «la pandemia cambierà le priorità intorno alla sostenibilità, intensificando il dibattito che ruota attorno al materialismo, al consumo eccessivo e alle pratiche commerciali irresponsabili. Non so se il fast fashion abbia imboccato il viale del tramonto, ma sicuramente la moda dopo questo evento sarà molto differente perché saremo diversi noi, le nostre necessità e, forse, i nostri bisogni». Un flashback negli anni ’20, quindi, per disinfettare il fast fashion ripulendolo dai suoi peccati. Al bando la superbia per "The Guardian", perché l’industria tessile è responsabile del 10% delle emissioni annuali globali di diossido di carbonio, impiega 1,5 bilioni di litri d’acqua all'anno e ogni ora negli Usa si gettano circa 20 kg di vestiti, come sottolinea in un’analisi accurata il volume “Overdressed: the shockingly high cost of cheap fashion”, che fa riflettere sull’esigenza dell’ecosostenibilità quando si è convinti di essere onniscienti e in grado di gestire tutto. Negli scatti d’autore degli allievi della Moodart Fashion School un singolare lavoro artistico ritrae i “7 vizi capitali”. L’avarizia, e la conseguente logica del mercato low cost con le fabbriche che mirano ai bassi costi  per incrementare l'indotto e sedurre gli acquirenti dimenticando, a parere del "Journal of Marketing", la rilevanza dell’artigianalità. Così gli esperti e studiosi della "Cornell University" hanno dimostrato l’esistenza dell’handmade effect: i consumatori sono disposti a comprare a prezzi elevati indumenti e oggetti realizzati manualmente perché “contengono più amore”. Poi la lussuria per soddisfare i desideri di tutte le tasche con abiti, scarpe e borse che, purtroppo, hanno vita breve: per superare questo vizio, la rivista online spagnola "Trendencias" afferma che già avviandosi verso la Fase 3 spopolerà il trend di comprare capi senza tempo, rispolverando quel vecchio concetto di  "timeless style" rimasto sino ad oggi negli armadi e nei cassetti che odorano di naftalina. «Siamo una realtà radicata sul territorio e, da ottant’anni, le lavorazioni eseguite nel nostro atelier milanese sono rimaste immutate e permettono di creare prodotti di qualità che durano a lungo. - dichiara Stefano Bigi, amministratore unico di Bigi Cravatte Milano - Ogni cravatta viene confezionata rigorosamente a mano, con l’intento di portare avanti i princìpi che animavano il nonno, fondatore dell’azienda, ricercando un’eleganza sobria e raffinata mediante una minuziosa selezione delle materie prime e dei tessuti. La riduzione degli scarti e la manualità erano allora una scelta obbligata che ancora adesso sosteniamo fortemente. Fra le principali criticità c'è la rincorsa al ribasso, fra saldi, promozioni e "Black Friday" che conducono a fare compere spesso non necessarie, poco ragionate e dettate dalla velocità, seguendo la scia trendy del momento». Anche celebrità e influencer come Ludovica Sauer e Paola Turani durante il lockdown hanno riscoperto la bellezza di indossare vestiti dimenticati nel guardaroba, riadattandoli senza spendere un centesimo. Con l’invidia si fa avanti il sogno ossessivo di emulare chi produce tanto, ma non bene, e sono parecchi i marchi che hanno scelto la delocalizzazione produttiva. Mentre per "Fashion United", terminati i tempi del Covid, «la produzione locale sarà protagonista di una fase di espansione e i labortori artigianali vivranno una rinascita nel segno della glocalizzazione», accostando le peculiarità territoriali all’apertura verso il commercio internazionale. Il peccato di gola è quello di sfoggiare sugli scaffali degli store un’esagerata quantità di creazioni seriali. "Euronews" sostiene che negli ultimi vent’anni il fenomeno è raddoppiato a causa di una domanda fittizia la cui durata è di qualche mese appena. Il vaccino? Pensare ad una singola capsule collection stagionale, riproponendo pure le precedenti rimanenze. Niente ira, non si può affrontare la drammatica situazione arrabbiandosi e sfogando ovunque la comprensibile frustrazione. Piuttosto, sarebbe utile ricostruire un'innovativa e affidabile relazione con la clientela basata sull'idea di personalizzazione, suggerita da "Business of Fashion", puntando sull'individualità della customer experience. Il settimo e ultimo vizio è l’accidia con una forte resistenza al cambiamento genetico del comparto che, nonostante le sue debolezze, non ha modificato positivamente le obsolete e tradizionali abitudini. In una recente pubblicazione di "The State of Fashion", il 15% dei consumatori americani e dell'Europa acquisterà capi più sostenibili a livello ecologico e sociale. Solo i brand che non rifiuteranno di adattarsi al nuovo punto di vista potranno spuntarla sul piano commerciale e delle vendite.
 
 
 
 
 
 
 
 

Ultimo aggiornamento: 14:03 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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