Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€

Figli della Beat generation: sessant'anni fa nasceva il fenomeno

Figli della Beat generation: sessant'anni fa nasceva il fenomeno
di Aurelio Picca
4 Minuti di Lettura
Giovedì 15 Novembre 2012, 11:49
In questi giorni, tra i cortei degli studenti, spuntato uno striscione con su scritto: Kerouac.

Niente di più azzeccato nello spirito beat, cioè del battere, del percuotere e poi del protestare per cercare una strada nuova, sempre un’altra strada da percorrere. Infatti fu lo scrittore americano Jack Kerouac che scrisse On the road. Storia aubiografica tra polvere, alcol, amicizia, chilometri e strade, strade, per allargare e allagare la vita di un senso nuovo: ribelle e anticonformista. E fu proprio Kerouac che, nel 1948, a proposito del romanzo Go sillabò la parola «beat». Ma la pietra miliare, la fondazione della Generation, spetta a John Clellon Holmes, appunto l’autore di Go che, il 16 novembre del 1952 sul New York Times, pubblica un articolo intitolato: «Questa è la Beat Generation».



È NATA UNA STELLA

Finalmente è nata una stella; anzi, per molti, la stella polare che centrifuga cultura hippy, jazz, rock, surrealismo, realismo: il tutto condito da allucinogeni e alcol. Nella poesia Urlo (subito si pensa anche a l’Urlo di Munch) Allen Ginsberg, poeta barbuto e santone, scrive: Ho visto le migliori menti della mia generazione/distrutte dalla pazzia… Mentre Kerouac dice: «La Beat Generation è un gruppo di bambini all’angolo della strada che parlano della fine del mondo». Se questa generazione, dunque, sarà bruciata dal suo stesso fuoco (ma ogni generazione è bruciata), pensate al film Gioventù bruciata e al suo doppio eroe, Dean nella pellicola e il grande Nicholas Ray alla macchina da presa (negli Ottanta va ricordato il ritratto, Nick’s film, che ne farà Wenders), essendo la Beat Generation nata con gli anatemi della madre di Kerouac, avendo nel carnet ospedali psichiatrici, vita miserabile e fallimenti esistenziali, oltre alla galera, dallo stesso ardore di cercare un «altrove», uno spazio più grande di ogni spazio, approderà al «beatific», grazie anche alle sostanze stupefacenti. È William Burroughs il massimo sperimentatore del gruppo. Pensate al Pasto nudo (pure pellicola straniante e folle di David Cronenberg). Ma tutta la Beat Generation, oltre a coniare ribellismo, libertà sessuale, pace e amore, nonché alcolismo e pazzia, non è soltanto quel piccolo gruppo di intellettuali e scrittori che si incontravano nella mitica New York del Greenwich Village.



La poesia e l’uso della droga non è esente dai fantasmi immortali di Poe, Blake, Baudelaire, Rimbaud, il contemporaneo Dylan Thomas. Né la Generation può affrancarsi da Fronte del porto, Pelle di serpente e quindi da attori come Marlon Brando e Montgomery Clift. Anche al vetusto Artaud paga prezzo. E lo stesso allo sperimentatore Henry Michaux. Un tributo immenso lo versa a Jackson Pollock e alla sua Action Painting (astrazione gestuale), e al suo dripping (sgocciolamento). Del resto gli sgocciolamenti dell’olio sulla tela non sono la metafora degli sgocciolamenti esistenziali dei ragazzi della Beat?



L’INFLUENZA IN ITALIA

Nella musica la Beat Generation diede la possibilità affinché gli Scarafaggi nascessero (The Beatles, l’anima post-candida) e apparisse la voce monocorde e paranoica di Jim Morrison (anima nera), insieme alla sfrenata negra bianca Janis Joplin, fino ad arrivare al salto mortale dell’hippy Charles Manson, che da Gesù si trasformò in Satana massacrando e comandando di massacrare Sharon Tate e i coniugi LaBianca.

La Beat Generation in Italia arrivò con il mondo beat dei complessi e del Piper: Equipe 84, Patty Pravo, New Trolls, eccetera eccetera. Mario Schifano nei primissimi Sessanta, in piroscafo, in compagnia di Anita Pallenberg (futura musa di Keith Richards) porterà i suoi freschissimi monocromi nella Grande Mela, mentre Warhol tapezzava la sua Factory di carta argentata e Jasper Johns sfornava bandiere a stelle e strisce, con Rauschenberg che inchiodava tavole mimando gli accumuli compulsivi di scarti che oggi ci raccontano in tivù. Il poeta Gregory Corso, reduce della stagione americana, visse a Roma per molti anni. Girava ubriaco per Trastevere e via dei Coralli dove conobbe Amelia Rosselli (forse lei fu l’unica esponente nostrana della Beat Generation?). Vi furono anche gli anni (i Sessanta con il gruppo ’63) della cosiddetta Neoavanguardia. Infatti tra gli studenti romani qualcuno ha notato una scritta: Vogliamo tutto. Era un romanzo di Nanni Balestrini. Ma questa è un’altra storia.



Dimenticavo che grazie a Cesare Pavese e all’antologia Americana di Elio Vittorini, in Italia si traduce la letteratura oltre oceano. La Fernanda Pivano, invece, fu una specie di medium fra noi e la Beat. Comunque tante cose restano non dette e scritte. Da dire c’è il desiderio di spazio e vitalità che quella Generation ha sostenuto. Sogni, vita, tenacia ci servono come il pane. Allora «Viva l’Arte!», per citare Luigi Ontani.
© RIPRODUZIONE RISERVATA