Galib, il ragazzo azero che amava i costumi dell’Opera porta la sua collezione sulla piattaforma di Valentino

La carriera cominciata insieme al socio Luca Lin

Galib, il ragazzo azero che amava i costumi dell Opera porta la sua collezione sulla piattaforma di Valentino
di Rossella Fabiani
6 Minuti di Lettura
Lunedì 29 Agosto 2022, 12:40

«Non bisogna mai smettere di credere nei propri sogni, anche quando tutti ti dicono che è impossibile realizzarli». Ne è convinto Galib Gassanoff che, da un villaggio sperduto della Georgia, è arrivato alle grandi passerelle della moda internazionale con il suo brand, Act N.1, creato insieme al suo collega Luca Lin. E che a settembre, in occasione della Fashion Week milanese, porterà la sua collezione sulla piattaforma Instagram di Valentino.

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La storia di Galib somiglia a una favola. «Sono di nazionalità, lingua e cultura azera e sono nato in Georgia in un villaggio che si chiama Karajalari dove la popolazione è in maggioranza azera. La mia comunità, come la mia famiglia, è molto tradizionalista, tutti musulmani di origine dell’Azerbaigian. Ho studiato dalle elementari al liceo in lingua azera. A 17 anni ho fatto gli esami per entrare all’Università di Tblisi, la capitale georgiana. Nella nostra comunità esiste una grande disparità di genere, le ragazze si sposano a 15 anni. Mio padre non voleva che io studiassi moda, per lui erano sogni da sciocchi e, per farlo contento, ho seguito gli studi classici, ma non ho mai smesso di voler fare moda. Quando avevo 13 anni andavo a Tblisi per vedere gli spettacoli d’opera, ero affascinato dai costumi, dalle storie. Soltanto mia mamma mi appoggiava».

Ma già a 18 anni i sogni di Galib cominciano a diventare realtà. Era il 2013 quando vince una borsa di studio per andare a Milano per un anno (che poi diventano due) a studiare moda. In questo periodo conosce un altro giovane come lui, Luca Lin. Luca è nato in Italia da una famiglia cinese dove sono forti le tradizioni del Paese di origine. I due ragazzi sono molto affini per gusti e concezione della moda. Decidono di lavorare insieme e fondano nel 2016 la loro casa, Act N. 1. L’anno dopo vincono un prestigioso premio e da quel momento non si sono più fermati. Hanno vinto premi su premi e i loro abiti sono indossati da Lady Gaga alla mecenate italiana Umberta Gnutti Beretta.

Non solo moda, ma anche storie di minoranze e di discriminazioni sono il tratto del loro brand. Nella prima collezione del 2018 dominava la presenza del tulle. Anche le borse erano fatte solo di tulle. «Sì, per noi il tulle voleva ricordare il dramma delle spose bambine. Ogni nostro abito, ogni collezione racconta delle storie legate ai nostri Paesi o alle problematiche delle minoranze. In Azerbaigian è molto forte la tradizione dei tappeti. E nei nostri abiti si ritrovano i disegni caratteristici di queste antiche tessiture come pure i paesaggi dipinti sugli antichi rotoli cinesi».

Un intreccio di diversità e di similitudini. «Quando abbiamo iniziato il nostro brand l’obiettivo era quello di rappresentare un background abbastanza simile: io nato e cresciuto in un Paese diverso dalle mie origini e anche Luca, un cinese cresciuto in Italia. Volevamo far emergere l’unione e la pace tra le diverse culture perché vivere e crescere influenzati da culture diverse può essere anche molto bello. Essere diversi culturalmente, ma stare insieme. Così fin dall’inizio abbiamo cominciato a usare i segni tradizionali dei nostri ricordi d’infanzia che, nel mio caso, sono i tappeti che nelle case del mio villaggio ci sono sempre, per terra sui muri, e abbiamo iniziato a stampare i disegni dei tappeti sul velluto oppure abbiamo creato del jaquard ispirato ai tappeti».

Nel caso di Luca, che è nato e cresciuto a Reggio Emilia da una famiglia arrivata in Italia da Guangzhou, sono stati gli acquerelli. «Abbiamo iniziato a trasformare gli acquerelli cinesi in stampe sulle sete e abbiamo usato anche alcuni elementi dell’abbigliamento tradizionale cinese destrutturati e ricostruiti su basi più contemporanee da mixare nel guardaroba di oggi. Ma tutto è nato in modo naturale. Volevamo fare una moda che non fosse soltanto abbigliamento, ma che avesse un valore dietro: i capi dovevano raccontare una storia. Raccontare che, magari, possiamo essere diversi culturalmente e parlare un’altra lingua però possiamo integrarci».

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Il debutto a Milano nel 2018

Non è un caso se per il debutto alla Fashion Week di Milano del 2018 Galib e Luca hanno presentato la collezione dedicata alle spose bambine. «Nel mio villaggio d’origine esiste ancora l’abitudine di far sposare le minorenni. Ricordo che io, dopo le scuole elementari, non ho più avuto nessuna compagna di classe. Eravamo soltanto ragazzi perché tutte le ragazze erano a casa già sposate o in procinto di sposarsi. Anche nella mia famiglia è accaduto così. Mia madre si è sposata a 15 anni e ha avuto sempre il rimorso di non avere potuto continuare a studiare. Io, come ragazzo, sono nato privilegiato, però mia sorella non ha avuto lo stesso privilegio. Anche lei si è sposata a 15 anni e oggi ha tre figli».

Per realizzare il suo sogno Galib, che di anni oggi ne ha 27, ha dovuto lottare con il padre che lo immaginava avvocato o dottore. «Mio padre ha un’attività commerciale. Quando ero piccolo vendeva scarpe da donna e può essere che questo mi abbia anche influenzato, però a casa non si respirava arte e io andavo dal mio paesino alla capitale da solo a vedere i balletti al teatro dell’opera - sia balletto classico che quello tradizionale - perché mi ispirava e mi piaceva. Quando ho vinto il concorso con la borsa di studio anche mio padre ha iniziato a crederci». Adesso Galib ha un nuovo sogno nel cassetto: «Una delle cose che in questo momento mi piacerebbe fare è rilanciare l’abbigliamento tradizionale che sta andando in rovina, che si sta perdendo perché non ci sono professionisti abbastanza qualificati per portare avanti l’autenticità del costume nazionale e questo si vede anche nei costumi del balletto classico».

I costumi tradizionali, per Galib «sono un bene culturale molto importante da difendere e hanno una manifattura altrettanto importante di tessuto e di costruzione che è prezioso conservare». Galib è già in contatto con collezionisti di questi abiti e ne ha parlato anche con Aynura Maye, un’azerbaigiana che vive a Roma e che ha un suo blog – fashionsymbols.com – che concilia l’attenzione per il fashion con approfondimenti antropologici e che dedica una rubrica molto seguita ai giovani talenti italiani e azerbaigiani. «Ringrazio Aynura per la sua attenzione, così come ringrazio Pierpaolo Piccioli, il direttore creativo di Valentino, che ci ha invitato alla prossima sfilata sulla piattaforma Instagram che ha 17 milioni di followers in tutto in mondo». Per Act N.1- un atelier dove ormai lavorano dieci giovani sarti, oltre a Galib e Luca - è una consacrazione. «Alcuni dei nostri ragazzi sono andati a lavorare in maison molto più grandi, come Fendi, Balenciaga. Versace, Dolce e Gabbana. Sono contento per loro. E noi continuiamo a rafforzarci e a credere nei nostri sogni».

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