Mezzo secolo senza Irene Brin: storia di una giornalista che portò il Made in Italy a New York

Venerdì 14 Giugno 2019 di Laura Bolasco
Mezzo secolo senza Irene Brin: storia di una giornalista che portò il Made in Italy a New York
Chissà dove saremmo oggi se non ci fosse stata Irene Brin. Senza il coraggio e la determinazione di una donna, prima che giornalista, icona, prima che gallerista, divenuta un modello per il ruolo nell’emancipazione femminile di cui si è fatta inconsapevole ambasciatrice senza forse neanche immaginare il valore del suo lavoro per tutte le generazioni di donne a seguire.

Ieri, a cinquant’anni dalla sua scomparsa, al Museo Boncompagni Ludovisi è stato presentato il volume “Irene Brin, Gaspero del Corso e la Galleria L’Obelisco”, edito da Drago e curato dai professori dell’Università La Sapienza di Roma, Vittoria Maria Caratozzolo (Fashion Theory), Ilaria Schiaffini (Storia dell’arte contemporanea) e Claudio Zambianchi (Storia dell’arte contemporanea), un’opera dedicata all’impegno di Maria Vittoria Rossi (lo pseudonimo Irene Brin le venne attribuito da Leo Longanesi) presso la galleria che lei e Gaspero del Corso curarono dal 1946 al 1981.

Culla di mondanità e cosmopolitismo nel senso più fantastico e ampio di questi termini, il civico 146 di via Sistina divenne non solo un luogo d’arte come non se ne erano ancora visti in giro, ma si affermò come punto d’incontro e quartier generale per personaggi internazionali che fecero la storia (dell’arte e non solo) e toccando con le mostre di Burri e Rauschenberg i suoi più alti momenti di attività.

Non solo giornalista, dicevamo: scrittrice, opinionista, commerciante, intellettuale, editor e gallerista. “Irene Brin era mille cose insieme” affermava Indro Montanelli, e qualunque cosa facesse era permeata dallo spirito ironico e avanguardista di chi vive cinquanta anni avanti, con l’intuito e l’apertura al mondo che solo un personalità libera e colta come la sua sapeva dimostrare.Scrisse per Omnibus, La Settimana Incom, Bellezza e altre importanti testate dell’epoca firmandosi a volte Adelina, altre Malene, e poi Oriane, Contessa Clara Ràdjanny von Skèwitch e mille altri pseudonimi ancora. Fu la prima Rome Editor della storia, forgiando attraverso il suo lavoro per Harper’s Bazaar America l’immagine di un Italia viva e in ricostruzione. Mediava con i fotografi, ideando e realizzando set fotografici con i quali cambiò quella che era stata la definizione di fotografia di moda fino ad allora.

Fu con la sua innata e del tutto naturale modernità che portò per la prima volta nella storia il Made in Italy sulle pagine newyorkesi, confermando l’attitudine pioniera anche nel campo della moda e divenendo protagonista femminile di un momento storico per il quale, ancora oggi, dovremmo esserle tutte grate.

Al Museo Boncompagni Ludovisi in mostra fino al prossimo settembre una selezione di abiti dalla collezione di Palma Bucarelli firmati da alcuni tra i più grandi designer del secolo scorso (da Valentino a Capucci, da Emilio Pucci a Curiel) provenienti dalla scena mondana dell’epoca, tutti Made in Italy, naturalmente. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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