La giudice: «Le vittime di violenza non vengono credute»

Sabato 30 Novembre 2019 di Maria Lombardi

«Le donne vittime di violenza hanno paura di non essere credute. In troppi casi hanno ragione». Paola Di Nicola, la giudice, tra le prime in Italia a pretendere la a perché per lei le parole contano e tradiscono pregiudizi. Le parole che nelle denunce raccontano di botte e insulti, «lite familiare», quante volte si liquidano così, una cosa tra marito e moglie. Quelle sottolineate dagli avvocati negli interrogatori per sollevare dubbi, «ma lei l'ha provocato?», «la coppia si stava separando», «come era vestita quella sera?». O quelle che si lasciano scappare i giudici nelle sentenze, dalla «gelosia» alla «tempesta emotiva» che tanto ha fatto discutere. Nessuna sorpresa se ancora in tanti casi vada a finire così: «La mia parola contro la sua. Quando il pregiudizio è più importante del giudizio», dal titolo del libro (edizione HarperCollins) della giudice penale del tribunale di Roma.

Possibile che nelle aule dei tribunali entrino così tanti pregiudizi?
«Nelle aule circolano gli stessi pregiudizi che ci sono fuori. I tribunali fanno da cassa di risonanza alle voci di avvocati, testimoni, persone offese che sono inseriti in un contesto pervaso da pregiudizi. Le forze dell'ordine non adeguatamente preparate li ripropongono nel modo in cui raccolgono e trattano una denuncia. Gli avvocati li veicolano nelle domande, i testimoni nei racconti. Su questo materiale il giudice deve lavorare».

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E quanto i pregiudizi pesano nelle sentenze?
«Se il giudice riesce a riconoscerli sarà capace di depurare la narrazione dai pregiudizi. Se ne è assorbito, inconsapevolmente li perpetua».
Qual è il più grave e ricorrente pregiudizio?
«Che le donne mentano e che le denunce di violenza siano strumentali. Un stereotipo diffusissimo, direi un pregiudizio trasversale e planetario. Questa narrazione che le donne strumentalizzano le denunce e le presentano al momento delle separazioni o dei divorzi per interessi economici è oggettivamente sbagliata. Chi la ripropone ha una conoscenza fuorviante del fenomeno della violenza».

Ci spieghi perché.
«Le violenze nella maggioranza dei casi si esercitano nel corso delle separazioni perché quello rappresenta il primo e unico atto di autonomia di una donna vessata dal punto di vista psicologico, verbale ed economico. Inoltre, più della metà dei femminicidi viene commesso in corrispondenza di udienze per separazioni e divorzi. Terzo motivo: solo il 10 per cento delle donne separate e divorziate chiede un assegno di mantenimento per sè».
Le è mai capitato di imbattersi in una denuncia di violenza strumentale?
«Come giudice penale in 20 anni non ho mai valutato procedimenti di denunce strumentali di donne nei confronti di uomini. Ma in una sola settimana, recentemente, mi sono capitati tre casi di denunce calunniose da parte di uomini nei confronti delle ex mogli per stalking e maltrattamenti. Uomini a cui i giudici civili avevano dato torto su contese riguardanti casa o soldi».

I risultati dell'indagine Istat diffusa qualche giorno fa sono inquietanti: per un italiano su 4 la causa della violenza è il modo di vestire di una donna e il 40 per cento ritiene che sia possibile sottrarsi.
«Non mi stupisce: è la conferma di un sistema culturale finalizzato a giustificare la violenza sessuale. Oltretutto la violenza sessuale non ha a che fare con il sesso o il desiderio».

E perché si cerca una giustificazione culturale alla violenza?
«Perché fa parte di un assetto di rapporti nelle famiglie e nei luoghi di lavoro. Se viene meno questa giustificazione rischia di crollare un sistema di potere, come è avvenuto con il #MeToo. In Italia il #MeToo non c'è stato, qui non possiamo consentire che questo sistema entri in crisi».

Le denunce di violenza restano ancora poche.
«Sono dal 7 al 10 per cento dei casi di violenza. La metà sono archiviate. Del 5 per cento che va a giudizio, la metà si conclude con un'assoluzione. Le donne denunciano poco appunto perché temono di non essere credute. La violenza è l'unico reato in cui la vittima non viene creduta. Chi denuncia una rapina o un furto ha la certezza di essere creduto».
 

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