Vittime di violenza maltrattate nella casa famiglia. La direttrice le minacciava: «Vi porto via i figli»

Martedì 23 Giugno 2020
Vittime di violenza maltrattate nella casa famiglia. La direttrice le minacciava: «Vi porto via i figli»

Erano fuggite da compagni violenti e speravano di aver trovato protezione in una casa famiglia. Ma anche lì gli abusi erano andati avanti. Le donne erano costrette a mangiare cibo avariato, subivano perquisizioni e minacce da parte della direttrice: vi portiamo via i figli. Per terrorizzarle ancora di più, la responsabile della struttura diceva che avrebbe raccontato il falso al tribunale dei minori. E adesso la direttrice della casa famiglia del Lazio è stata condannata in primo grado a tre anni di reclusione con il rito abbreviato per maltrattamenti e per aver inviato relazioni false al Tribunale dei minori, dicendo che le madri non erano in gradi di badare ai figli.

Del caso si è occupata la cooperativa sociale Befree, i cui avvocati hanno assistito  le quattro donne ospiti della casa famiglia che hanno denunciato la responsabile. Le indagini, condotte dalla quarta sezione della Squadra Mobile di Roma, hanno fatto uscire allo scoperto ciò che accadeva realmente nella struttura. 

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«E’ con soddisfazione che diamo notizia di una sentenza (di primo grado) che condanna la responsabile di una casa famiglia del Lazio per i reati di maltrattamento ai danni di donne e minori ospiti presso la struttura che gestiva», si legge sulla pagina Facebook di Befree. «Una condanna arrivata al termine di un processo, seguito dalle avvocate di Be Free a difesa delle vittime, possibile grazie al coraggio delle donne ospitate, al ruolo strategico giocato da una assistente sociale, alla sensibilità della giudice e al lavoro della Procura e della squadra mobile di Roma, a cui va tutto il nostro plauso. Be Free, per la propria mission, conosce molto bene queste realtà, che spesso si trovano a supplire al ruolo dei centri antiviolenza sempre in carenza di posti, ospitando donne e figli vittime di uomini violenti, senza che il personale sia davvero specializzato sul tema»

«Questa bruttissima storia nasce il 30 marzo 2018 – spiega a Fanpage.it l'avvocata Carla Quinto, che ha rappresentato le donne nella causa contro la responsabile della casa famiglia – Un'assistente sociale ha parlato con una donna ospite della struttura e ha saputo dei maltrattamenti. È stata l'unica che ha avuto il coraggio di indagare, che ha convocato le operatrici e le psicologhe della casa famiglia per capire cosa stesse accadendo. Quando la prima donna ha denunciato – continua Quinto – Il castello di carte è caduto e tutte hanno confermato i maltrattamenti. Si tratta di donne che provenivano da situazioni familiari di violenza da parte del proprio compagno, sono arrivate nella casa famiglia e si sono trovate in un lager – continua l'avvocata – Il problema di queste strutture è che, a differenza dei centri antiviolenza che funzionano con i bandi pubblici, i controlli da parte del Tribunale dei minorenni e dei servizi sociali non ci sono quasi mai. Nei casi dove abbiamo visto episodi di minori abusati, non si è mai verificato cosa si faceva nelle strutture»

 

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