Tumori alla tiroide, casi raddoppiati: donne 3 volte più colpite

Venerdì 5 Luglio 2019
Aumentano i casi di tumore alla tiroide

Sono raddoppiati negli ultimi 20 anni i casi di tumore alla tiroide, la neoplasia del sistema endocrino più diffusa, sesta per frequenza nelle donne che sono colpite 3 volte più degli uomini. Una malattia che nel 90% dei casi origina dalle cellule follicolari tiroidee, quelle che producono gli ormoni secreti dalla ghiandola (fT3 e fT4), e prende il nome di adenocarcinoma papillare o follicolare. Caratteristiche che permettono di definirlo come “tumore differenziato. È stato uno degli argomenti al centro dell'ottava edizione del Congresso Cuem (Clinical update in endocrinologia e metabolismo), che si è svolto all'ospedale San Raffaele di Milano. «L'incidenza di tale neoplasia è in aumento principalmente a causa di due fattori: il miglioramento delle tecniche diagnostiche, che permettono di riconoscere sempre più precocemente la presenza di noduli tiroidei anche di piccole dimensioni, e la maggiore esposizione a fattori di rischio ambientali (inquinanti, agenti tossici, radiazioni ionizzanti)», sottolinea Andrea Giustina, presidente della Società europea di endocrinologia e del Cuem. «In assenza di sintomi specifici, e quando i noduli sono non palpabili e non rilevabili - spiega lo specialista - la maggior parte delle diagnosi avviene in modo 'incidentalè nel corso di indagini diagnostiche» e «il sospetto viene generalmente risolto mediante l'esame citologico su agoaspirato».

«In presenza di un nodulo tiroideo neoplastico - precisa Giustina - la questione centrale è la sua stadiazione, ossia la valutazione delle sue caratteristiche che portano alla scelta del relativo trattamento». Infatti, «a seconda del cosiddetto profilo di rischio del nodulo si opta per la chirurgia (parziale o radicale) e l'eventuale stadiazione e/o trattamento a base di radioiodio (I131)». E dopo l'intervento? Secondo l'esperto, «un corretto approccio post-chirurgico nella gestione del paziente con carcinoma tiroideo differenziato prevede una ristadiazione (ablazione del residuo), atto quasi esclusivamente diagnostico nei pazienti con rischio intermedio basso di recidiva; un trattamento adiuvante con maggiori dosi di radioiodio nelle forme biologicamente più aggressive, e un trattamento di maggiore impegno nella malattia metastatica conclamata».

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