Il Club, scandali e abusi nel cuore del Premio Nobel e l'inchiesta choc della giovane cronista

Sabato 30 Novembre 2019 di Riccardo De Palo
Mathilda Gustavsson, foto tratta dal suo profilo di Facebook

La discesa agli Inferi del Nobel inizia varcando la porta rossa del seminterrato che porta al Forum, il locale più alla moda di Stoccolma, simbolo dello strapotere di Jean-Claude Arnault nell'ambiente culturale svedese. Qui si svolgevano le letture organizzate dalla moglie Katarina Frostenson, algida regina della poesia svedese, le mostre di pittrici emergenti (e attraenti); sempre qui il sedicente fotografo-regista francese aspettava che abboccassero le sue giovani prede.

Matilda Gustavsson è ancora soltanto una giornalista assunta a tempo determinato del quotidiano Dagens Nyheter, quando comincia a raccogliere le voci che riguardano Arnault. Il caso Weinstein è appena scoppiato, e sta nascendo il movimento #MeToo; la giovane reporter culturale, classe 1987, non ha alcuna esperienza nel campo del giornalismo d'inchiesta, ma è determinata; e la sua testata la sostiene. Lo scoop di una vita si materializza dopo mesi di indagini, decine di testimonianze raccolte sul campo in forma anonima, nel novembre del 2017. Il suo effetto, per la piccola società svedese, è come quello di una bomba termonucleare: per la prima volta il sistema di potere che ogni anno decide il premio letterario più ambito al mondo, viene messo in discussione.

Il Club, il libro della Gustavsson appena pubblicato da Solferino, racconta i retroscena di questa inchiesta. All'inizio, le donne hanno difficoltà a parlare della violenza subita, e accettano di farlo soltanto al telefono e in forma anonima. L'autrice teme di violare i loro sentimenti, e si accosta ai loro racconti con circospezione; presto si rende conto di come le vittime tendano a deformare gli abusi sessuali subiti, ormai rimossi e resi meno dolorosi, raccontati «come tragicomici episodi di poco conto o come aneddoti divertenti». Molte temono di non essere credute, o di subire, con un processo mediatico o giudiziario, un nuovo sopruso.

Gustavsson è paziente. Le voci che raccoglie ammettono che «si deve poter parlare di violenza», anche quando «la verità non sempre risulta comprensibile per chi osserva all'esterno». L'inchiesta porta la giornalista in Francia, dove Arnault è cresciuto. In molte cose, il marito della Frostenson tende a ingigantire la realtà. Nessuno, in patria, si ricorda di un suo qualche ruolo nel Sessantotto. Le sue referenze sono, a dir poco, esagerate. Ma l'arrivo in Svezia gli consente di poter barare, di mettere in scena il suo personaggio di dongiovanni dall'aria maledetta, giunto con quei riccioli ribelli direttamente dalla rive gauche; è così facile, per lui, affascinare la poetessa che diventa presto sua moglie, soggiogare l'intero mondo culturale svedese. Stig Larsson (da non confondersi con Stieg, il giallista di Millennium), Horace Engdhal, lo difendono a spada tratta. E anche la Frostenson, messa alle strette, si scaglia contro i colleghi accademici, «caduti nella trappola che ha teso loro il Dagens Nyheter».

Quando lo scandalo scoppia, l'istituzione è al massimo del suo prestigio. Ma le prime teste cominciano a cadere. La segretaria permanente, Sara Dunius, si dimette il 12 aprile dell'anno scorso (l'accademica è morta di cancro, un mese fa), in seguito alle pressioni di coloro che ancora difendono la coppia sotto accusa. Altri colleghi la seguiranno, o le mostreranno solidarietà. Dopo alcuni casi caduti in prescrizione, arriva la prima sentenza per stupro, e Arnault viene condannato a due anni di carcere.
La decisione di sospendere l'assegnazione del Nobel, nel 2018, è stata l'evoluzione naturale di questa situazione. L'Accademica ha visto infatti svanire anche la tradizionale aura di segretezza che l'ha sempre accompagnata. Arnault, si è scoperto, ha anche pilotato fughe di notizie, come quella relativa al premio assegnato a Wisawa Szymborska.

Vedremo se il nuovo corso dell'istituzione, con nuovi membri esterni chiamati a decidere i vincitori, saprà ricostituirne il prestigio perduto. Il Club è la testimonianza del crollo di un sistema di potere basato sul silenzio, che si legge come un romanzo e che restituisce alle donne il diritto sacrosanto di denunciare i soprusi subiti.

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