Marina Pierri: «Possiamo raggiungere la solidarietà tra donne grazie alle Eroine delle serie televisive»

Mercoledì 28 Ottobre 2020 di Valentina Venturi
Marina Pierri

Le serie tv sono la più attuale e sfruttata forma di intrattenimento. Eppure non sono solo uno svago: rappresentano uno specchio di ciò che siamo e di ciò che ci circonda. Marina Pierri, critica televisiva, nel libro “Eroine. Come i personaggi delle serie tv possono aiutarci a fiorire” (Edizioni Tlon), affronta il tema della rappresentazione delle donne nella serialità tra l’americana “Orange Is The New Black”, la londinese “Fleabag” fino ad arrivare alla Made in Italy “Skam Italia”.

"Eroine" come nella mitologia classica?

«Credo esista un meraviglioso trait d'union tra le forme mitologiche femminili. Il suggerimento sotto coperta di "Eroine" è che i personaggi televisivi che ci accompagnano, in qualche modo rappresentino delle istanze dentro di noi e nello stesso tempo, anche della realtà di cui noi non riusciamo a fare esperienza diretta. Le "Eroine" possono esserci utili come fossero Virgilio o delle Cicerone della realtà. Il punto è raccontare la dialettica tra il dentro e il fuori che le serie televisive incarnano. Mentre le guardiamo, simultaneamente entriamo e usciamo. Entriamo dentro noi stessi ed usciamo dai nostri diversi contesti di provenienza».

Quali personaggi femminili l’hanno ispirata?

«Sono stata guidata da “La fantastica signora Maisel” (The Marvelous Mrs. Maisel) e da “Fleabag”. Entrambe sono state detonanti ed hanno ricevuto moltissimi premi per aver costruito queste protagoniste televisive. D’altro canto è anche vero che sono vicine a casa, eroine privilegiate, che vivono in contesti di ricchezza, di accessibilità. Se invece ci addentriamo nella realtà televisiva contemporanea, ci rendiamo conto di quanto spazio ci sarebbe ancora per raccontarne di nuove. Storie di donne che non sono altrettanto vicine a casa nostra, ma che potrebbero aiutarci a smantellare la visione dell’alterità».

Qual è la tesi su cui ruota il libro?

«Grazie alle serie tv possiamo raggiungere la necessità di una solidarietà politica tra donne differenti tra loro che abbiano origini e vivano in contesti differenti. Ma non solo».

C’è altro materiale?

«Un’altra tesi fondamentale di "Eroine" è che non dobbiamo necessariamente avere un amore folle per i personaggi televisivi che ci accompagnano. Al contrario può trattarsi di persone che non ci rispecchiano, che non approviamo come in “Mrs. America” o “The Crown” con Margaret Thatcher: donne che probabilmente non approviamo, lontane dalla nostra sensibilità, ma proprio grazie a loro possiamo comprendere qualcosa che ha che fare con la storia, qualcosa che ha che fare con i differenti femminismi».

C’è del femminismo nel suo libro?

«È radicato di femminismo intersezionale che non è l’unico femminismo esistente. E parlo di “femminismi”, al plurale perché l’esperienza femminile è un’esperienza al plurale».

Crede emerga l’evoluzione della donna nelle serie tv?

«Allontanarsi dal personaggio femminile necessariamente forte, ha favorito una grande ricchezza. Quando sentiamo parlarne, spesso sono donne che vengono scritte da uomini: sono eroi calati nel corpo di donne. Non capita di sentir parlare di personaggi maschili forti, visto che la forza è ascritta al genere maschile. Al contrario si usa un epiteto specifico per descrivere quelli femminili…».

Qualcosa sta cambiando?

«Negli Stati Uniti iniziano questi cambiamenti. Sono numeri piccoli ma stanno aumentando e nella stagione precedente televisiva erano al 25%. Comunque la maggior parte dei personaggi femminili che vediamo continua ad essere scritta da uomini, ma il punto non è solo questo. Il punto è capire che esiste un privilegio differente tra uomo e donna. Man mano che più donne si appropriano e si affacciano con i loro diversi punti di vista e hanno accesso all’industria possono raccontare in maniera autentica cosa vuol dire gestire la mancanza di privilegio, senza tralasciare la propria vulnerabilità. Non capisco perché per avere dei personaggi femminili forti si debbano vedere solo donne amazzoni, guerriere che non si arrendono davanti a niente. E questo rischia di diventare uno stereotipo molto irrigidito».

Quale Eroina approva?

«"Watchmen" è quasi un’eroina mitologica. In più è una super eroina antirazzista; c’è qualcosa di molto potente in questo suo personaggio. Ha avuto un riscontro straordinario: "Watchmen" ha ricevuto 26 nomination agli Emmy».

La sua serie del cuore?

«Avendo anche un podcast, di certo “Sex and the City”. Mentirei se non dicessi che Carrie Bradshaw e le sue amiche sono state rilevanti nella mia formazione e nella mia crescita. Chiaramente oggi da alcuni punti di vista ci sembra superata, se non stereotipata. Ma da un punto di vista diacronico, se guardiamo il mutamento di costume e l’avanzamento della serialità televisiva come forma d’arte, “Sex and the City” è stata detonante. E ancora oggi vedere donne di quarant’anni protagoniste di serie tv rimane una rarità».

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