Teresa Ciabatti: «Donne dimenticate anche nel mondo della cultura. Dobbiamo combattere insieme»

Sabato 26 Settembre 2020 di Maria Lombardi

Il mondo della cultura, come il resto dei mondi. Le donne, dimenticate, oscurate. Ci sono? Non ci sono? Fa lo stesso. «Pensavo che nel nostro ambiente, da Elena Ferrante in poi, qualcosa fosse davvero cambiato, lei ha gettato una luce sulle scrittrici italiane. Il festival della Bellezza senza invitate mi ha fatto capire che non siamo dove avevo pensato che fossimo». Riecco Teresa Ciabatti. «La voce fastidiosa», quella che l’ha portata a un passo dal Premio Strega con “La più amata”, torna nel nuovo romanzo in uscita a gennaio, «ancora più fastidiosa». L’ascolteremo, con la sua voce, fuori della finzione, domenica alla Gnam di Roma: parlare di donne e scrittura, immaginazione e potere. Prima ospite del ciclo di incontri “Conosciamole meglio”, sul gender gap, organizzato dall’Associazione Amici dell’Arte Moderna a Valle Giulia. Protagoniste, dopo di lei, (ogni domenica fino a novembre) la psicoanalista Simona Argentieri, la biologa Simona Longo, la signora del Circo, Liana Orfei, l’imprenditrice Giannola Nonino e la presidente della Fondazione Cinema per Roma, Laura Delli Colli. «Donne affermate” - spiega la presidente dell’associazione Maddalena Santeroni - professioniste di successo che sono state capaci di farsi strada, nonostante la forte discriminazione di genere che ancora appartiene al mondo del lavoro in Italia».

Teresa Ciabatti quando ha capito di avercela fatta?
«Non l’ho mai capito. Non penso di avercela fatta. Ho sempre questa sensazione di precarietà, anche perché penso che qualsiasi posizione raggiunta vada sempre riconquistata. Il problema di chi scrive è quello di ripetersi, di non rinnovarsi. Sicuramente ci sono stati anni molto più faticosi di questo. Prima del “La più amata” i miei romanzi li leggevano tre persone. Venivo da 15 anni di non esistenza, che non era solo del pubblico ma anche dell’ambiente. Non avevo alcuna rilevanza. È stata una lotta far valere la mia identità».

Cosa l’ha aiutata?
«Tantissima determinazione, la costanza e soprattutto la cocciutaggine, molto più importante del talento. Se non si resiste, il talento non serve. C’è bisogno della monotonia, ore e ore di lavoro alla scrivania, tutti i giorni. E pagine e pagine buttate. Io sono un’impiegata, per me è molto importante la disciplina, il lavoro metodico di anni».

Favoritissima al premio Strega del 2017, poi non ha vinto. Ha pensato per un istante: ecco, premiano un altro uomo?
«Non l’ho mai pensato. Secondo me una caratteristica delle donne è che sono abituate alla sconfitta. Io in particolare non ho mai vinto niente. Nell’immaginazione su quel palco vestita di rosso o di verde ci ero salita tremila volte. L’immaginazione in qualche modo funziona da esperienza. Non è stata una sconfitta dolorosa, appartiene molto alle donne non caricare le sconfitte di dolore. L’ho vissuta sul personale, ho pensato perché non premiano me».

Che ostacoli incontrano le donne nel mondo della cultura? C’è ancora strada da fare?
«C’è molto da cambiare. La dimostrazione recente è il Festival della Bellezza a cui non sono state invitate donne. Prima di questo episodio pensavo fossimo messe molto meglio. Mi ha stupita la reazione dei partecipanti, nessuno a sorpresa ha preso posizione: capiamo, però noi andiamo lo stesso. Questo mi ha dato la misura di quanto ci sia ancora da fare. Quella risposta era un modo di sminuire, non in piena coscienza. E mi ha fatto capire che ci sono due schieramenti, che veramente ancora dipende tutto da noi e dobbiamo combattere insieme».

Alla Gnam parleranno solo donne.
«Mi onora molto che in questo ciclo di incontri ci sia anche Simona Argentieri, una donna straordinaria, un punto di riferimento per tutte noi scrittrici. Un’icona, in un ambiente così maschile come quello degli psicoanalisti».

Le donne sul lavoro sono frenata anche da un deficit di autostima, secondo lei? 
«Penso che questo sia un modo di ricacciarci indietro. È una rappresentazione mortificante fatta apposta per rimetterci in una gabbia. È un luogo comune per sollevare l’uomo da qualsiasi responsabilità. Sono gli uomini che ricacciano indietro le donne, non sono loro che si fanno indietro».

Che donna e madre è realmente Teresa Ciabatti? Sopra le righe e fastidiosa come la protagonista de “La più amata” o a suo agio nell’ombra, come la Noemi del suo ultimo libro “Matrigna”?
«Nei miei libri, come quello che uscirà a gennaio fintamente autobiografico, metto in scena un alter ego di una miseria infinita, scorretto, anche mediocre. Sarebbe più comodo mettere in scena un alter ego idealizzato, una tendenza molto maschile. Il loro alter ego di solito è grande amatore, un seduttore tutti lo amano. Poi quanto questa rappresentazione coincida con chi sono io, con la mia vita non è nemmeno interessante. Ma non coincide tanto. Io nella vita sono molto più noiosa, vado a letto alle nove, alle 7 mi sveglio, porto mia figlia a scuola. Una vita molto grigia. Paradossalmente la verità, quella vera, non riesco a raccontarla bene o comunque ho qualche timore. Mi è più facile raccontarmi male nella finzione. Come madre faccio mille sbagli, l’unica regola che mi metto è rispettare la infanzia di mia figlia che ha 10 anni e rispettare la sua fantasia».

Chi è la protagonista del nuovo romanzo?
«Nel libro in uscita a gennaio per Mondadori, “Sembrava bellezza”, ritorna la mitomania, la scorrettezza, il fastidio di Teresa Ciabatti de “La più amata”. Ho ritrovato coraggio. In questo romanzo sono totalmente madre, la protagonista è una donna adulta che sta invecchiando, ma rimane misera e cocciuta, in lei non c’è alcuna maturazione. Teresa suscitava la tenerezza della giovinezza, questa donna intenerisce pochissime volte. Sono pronta a prendermi tutto il fastidio di ritorno, questa volta sono preparata. Ci ho messo in mezzo un libro “distante”  per ritrovare la voce fastidiosa. Adesso ho una padronanza e una consapevolezza che si raggiunge a una certa età. Non sono stata mai una bambina e una ragazza felice, ero una perdente, ai margini. Gli amori li vivevano le mie amiche, io stavo lì a guardare. Una dimensione che ha allenato quello sguardo da testimone che mi ha fatto diventare scrittrice. Da adulta vecchia sono molto più serena».

Il potere cosa è per lei?
«Il potere è un tema importantissimo su cui scriverò sempre. Anche la famiglia è un luogo dove si sperimenta il potere, c’è sempre qualcuno che sa di più. Come scrittrice sarà sempre un argomento che affronterò. Come persona, venendo da una famiglia con un padre ossessionato dal potere, per le scelte che ho fatto e per le persone che mi stanno intorno penso di essermi liberata da quella fascinazione. Liberata nel senso che non è un’ossessione. La distanza dal potere è un parametro in base al quale scelgo le persone. Sono affascinata da chi non ne sente il richiamo e provo pietà per chi ha quella fascinazione, mi sembra una debolezza».

 Cosa è cambiato nella vita da un licosa è cambiato? la giornata è sempre la stessa, nel frattempo ho avuto una figlia ed è cresciuta. ho iniziato anche a invecchiare e questo porta a una scrittura completamente diversa. Sono sempre, non sono mai nel mio tempo giusto, con la più amata era una scrittura da quindicenne, ora sono più avanti. mica ho ancora la mia età reale sono agli anni Novanta. teresa che occupa la scena, noemi personaggio di secondo piano. il desiderio infantile è di stare al centro dell’attenzione però uno non ci si mette. Io sono un po’ una cosa e un po’ un’altra. nessuna delle due. a gennaio 

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