La calciatrice Sara Gama: «Pregiudizi e ostacoli si abbattono con la conoscenza. Noi abbiamo dato una bella spallata»

Venerdì 13 Novembre 2020 di Valentina Venturi
Sara Gama (foto Marco Luzzani)

Forbes l’ha inserita nel 2019 tra le 100 donne più influenti d’Italia. È la capitana della Nazionale che ha disputato il Campionato mondiale di calcio femminile 2019 in Francia, nonché capitana della Juventus. Ora Sara Gama ha deciso di raccontarsi con il libro “La mia vita dietro un pallone” (ed. DeAgostini). Tra le pagine si ripercorre la sua avventura calcistica dai primi passi, dalla nascita dell’amore per questo sport un tempo considerato solo maschile, alle sfide, le prime partite, le vittorie e le sconfitte che grazie anche lei hanno permesso di scrivere la storia del calcio femminile italiano. «Negli anni 2015-2016 ci sono state una serie di concomitanze positive e di persone giuste al posto giusto nel momento giusto: Milena Bertolini prima a Brescia e poi sulla panchina della Nazionale, Michele Uva in Figc, Damiano Tommasi all’Associazione Italiana Calciatori. Da allora tutto è cambiato». Dalla sua esperienza commenta il presente e il futuro delle calciatrici.

È soddisfatta di dove è arrivato il calcio femminile italiano?

«Come dico sempre abbiamo fatto più in cinque anni che in vent’anni di buio totale. Sono stati fatti degli investimenti e tanti club hanno creduto in noi, hanno messo dei soldi e così siamo arrivate preparate ai Mondiali del 2019».

Come definirebbe la visibilità ottenuta in Francia?

«Le cose non piovono dal cielo. È stato in parte un exploit e in parte una vittoria. La vittoria deriva dall’aver fatto così bene ad un mondiale, risultato assolutamente oltre le aspettative».

Per un allenatore, avere a che fare con ragazze o ragazzi è uguale?

«Tendenzialmente le ragazze hanno un approccio più razionale: non fanno una cosa se non spieghi prima il perché e il per come. Poi la eseguono e sono molto più disposte al sacrificio rispetto ai ragazzi. E questa è una grossa differenza. Tendenzialmente chi arriva dal maschile e si approccia al femminile, scopre che lo spirito di sacrificio è enormemente maggiore. Se arrivi in campo e dai un’indicazione i ragazzi la seguono perché probabilmente si pongono meno domande: i ragazzi non stanno lì a questionare, le ragazze sì. Cambia questo nella gestione del calcio maschile e femminile, ma tutto il resto è uguale. È chiaro che la psicologia è differente, ognuno ha i suoi pregi e suoi difetti, non c’è il meglio. L’unione sarebbe il top».

Perché è fondamentale avere una spiegazione?

«Perché vogliono sapere, perché sono interessate a farlo loro; magari i ragazzi sono concentrati solo sul giocare e delle volte proprio per questo sono degli esecutori migliori. Alla fine nel calcio giocato non cambia niente».

Sara Gama è il simbolo del calcio femminile. Pensa sia necessario?

«Nel calcio c’è bisogno di avere dei simboli, dei giocatori che siano rappresentativi e che ispirino le ragazze e i ragazzi. Quindi simboli ce ne devono essere e mi auguro che ce ne siano sempre di più, perché vuol dire che stiamo progredendo. Noi giocatrici rappresentiamo semplicemente il primo volto con cui questa disciplina si presenta al grande pubblico, non siamo niente di più e niente di meno. E visto che siamo i primi esistono ancora questi discorsi: i pregiudizi non possono essere abbattuti dalla mattina alla sera. Chi è arriva dopo di noi dovrà lavorare, ma abbiamo dato una bella spallata alla porta, poi ognuno deve fare il suo pezzo. E quindi ci sarà bisogno di altri simboli. La direzione in ogni caso è stata presa».

Per le calciatrici qual è l’ostacolo più evidente?

«È difficile dirlo. Forse trovare qualcuno che credesse in noi. E quello non è stato un ostacolo ma il passaggio che ha cambiato le cose. Conta anche far sentire la propria voce, ma poi sono le persone a livello decisionale che ti danno un’opportunità. Più che ostacolo direi la scintilla che fa a dire qualcosa».

C’è ancora molto da superare?

«Avere chi investe e crede in te, perché è con quello che si fa tutto il resto. Pregiudizi e ostacoli si abbattono con la conoscenza e conosci una cosa se ne parli, se a quella cosa dai dignità e rilevanza».

La conoscenza è fondamentale.

«Assolutamente, altrimenti oggi non avrei neanche scritto un libro. Se non conosci una cosa neanche l’affronti… Innanzitutto bisogna esistere agli occhi degli altri. È chiaro che lo sport femminile deve diventare anche popolare e deve avere la sua rilevanza, ma se nessuno ne parla è difficile farsi conoscere e apprezzare. Poi è necessario che ci sia interesse verso le competizioni, che vengano trasmesse in televisione. E da qui si arriva all’agonismo, perché per essere appetibile il prodotto deve migliorare, quindi deve alzarsi il livello. Al mondiale non devi gareggiare per arrivare tra le prime otto ma devi gareggiare per vincerlo. È un percorso».

Cosa consiglia per il futuro del calcio femminile?

«Bisogna investire perché i risultati non arrivano da soli. Semmai dobbiamo continuare a recuperare terreno, perché l’Italia deve competere per vincere. La mentalità deve essere competere per eccellere non per galleggiare. Bisogna stare sul pezzo».

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