Santa Subito, il film sulla vittima-martire: «La morte di mia sorella si poteva evitare»

Sabato 26 Ottobre 2019 di Rosalba Emiliozzi
La mamma di Santa Scorese in un'immagine del documentario

«Sono giovane, non posso morire così». Santa Scorese in macchina, verso l'ospedale di Bari. Il sangue delle coltellate di uno sconosciuto che la perseguitava da tre anni. «Non voglio morire». Era il 15 marzo del 1991. Il reato di stalking non esisteva e si minimizzava: mica ti possiamo mettere le scorta, le dicevano quando lei presentava le denunce. Ne ha fatte tante, nessuno l'ha difesa e lei è morta il giorno dopo a 23 anni, uccisa da Giuseppe Di Mauro. Lui l'ha accoltellata sotto casa, il padre Pietro era sul balcone. «Quello lì le diceva: tu sei la Madonna, devi morire, non puoi stare sulla terra. La seguiva come un'ombra. Santa non poteva più uscire da sola, l'accompagnavo anche all'università e aspettavano che finisse la lezione», ricorda mamma Angela, 77 anni, e piange ancora. Ha appena assistito alla proiezione del bel documentario sulla storia di sua figlia: Santa Subito, di Alessandro Piva, prodotto da Fondazione con il Sud e Apulia Film Commission (mediante il bando Social film fund con il sud) in selezione ufficiale alla Festa del Cinema di Roma. «Ma se ti fanno santa, come ti farai chiamare?». «Santa Santa», scherzava la ragazzina con il parroco. Poi la sua vita era cambiata, quel tipo incontrato per caso sul treno da Palo del Colle, dove la famiglia vive, a Bari, la tormentava, l'aveva anche aggredita. «Sto vivendo una condizione particolare non posso uscire da sola. Non so quando finirà questa storia ma è un vero incubo», scriveva Santa sul diario. Tra quelle pagine, le lettere di Santa a Dio, «vivo la mia solitudine in te, Gesù». Voleva farsi missionaria, la giovane catechista, faceva parte del gruppo del movimento dei focolarini. La scelta l'avrebbe fatta dopo la laurea in Pedagogia, aveva promesso ai genitori. Adesso Santa è serva di Dio, in corso la causa di beatificazione. «Siamo in attesa: il suo è stato un martirio, non servono miracoli», spiega la sorella che parla di «una morte era annunciata, poteva essere evitata»
IL PROCESSO. Nessuna difesa, per Santa (nemmeno il padre poliziotto ha potuto far nulla e si tormenta ancora) e nessuna giustizia. Quattordici anni di causa civile per non ottenere nulla. «Zero risarcimento - spiega la sorella Maria Rosa - per un cavillo, due articoli del codice che si contraddicono e l'assenza di un tutore dell'assassino». La famiglia Scorese ha provato a chiedere i danni citando in giudizio nel 2001 la famiglia dell'assassino e il ministero della Salute, «in quando la Asl non si è mai preoccupata delle condizioni di Giuseppe Di Mauro, persona pericolosa. Al processo risultò non imputabile perché incapace di intendere e volere, e dopo essere stato dieci anni in Opg, oggi è libero» racconta la sorella. «Il risarcimento l'avremmo speso per aiutare gli orfani di femminicidi. Il mini indennizzo? Abbiamo rinunciato. Ricevere 8.200 euro è un'umiliazione».
Dice il regista: «Tra femminicidio e martirio, Santa subito racconta la storia di un destino annunciato. Paradigma di troppe altre storie dallo stesso finale: il mio piccolo, personale appello affinché le donne siano lasciate meno sole, quando si ritrovano in balìa di una psicosi travestita da amore. La vera sfida è arginare la cultura della violenza e della sopraffazione verso il più debole che dilaga ovunque».
 

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