Daniela Di Fiore, prof in ospedale: «In un libro racconto la storia dei miei alunni guariti dal cancro. La parità? Molto lontana»

Thursday 28 May 2020 di Valentina Venturi
Daniela Di Fiore con uno dei protagonisti del libro

La copertina del libro ritrae una ragazza in due precisi momenti della propria esistenza: da bambina con la testa coperta da una bandana e da grande mentre tiene tra le mani la stessa bandana che usava in ospedale. L’autrice del disegno è Sandra (nome di fantasia) che dopo aver dovuto studiare in ospedale per curare un linfoma, è guarita dal tumore e si è laureata all’Accademia internazionale di Comics in fumetto francese.
 
«Quando entravo nella sua stanza per fare lezione, la trovavo sempre con la matita in mano a disegnare». Lo racconta Daniela Di Fiore autrice insieme a Gabriele Manzo del libro “Storie di incredibile felicità” (Infinito edizioni), con prefazione di Massimo Giletti. Un volume colmo di speranza e incentrato sulla guarigione di otto ragazzi (4 ragazze e 4 ragazzi) che hanno combattuto e vinto la loro battaglia all'interno del reparto di Oncologia pediatrica dell'Ospedale Agostino Gemelli di Roma. Tutti i proventi dei diritti d’autore vengono devoluti all'Agop Onlus, Associazione Genitori Oncologia Pediatrica.
 
Cosa l'ha spinta a scrivere questo libro?
«Dal 2010 sono una professoressa della "Scuola in Ospedale", che garantisce il diritto all'istruzione ai ragazzi ricoverati: insegno italiano e storia nella sezione ospedaliera del Policlinico Gemelli. Con “Storie di incredibile felicità” volevo raccontare le vite dei miei alunni guariti dal cancro, le loro storie positive». 

I suoi allievi hanno partecipato alla stesura?
«Prima di scriverlo ho mandato degli sms: sono rimasta in contatto bene o male con tutti e gli ho chiesto se volessero apparire nel libro. In otto mi hanno risposto in maniera entusiastica, desiderosi di voler mandare un messaggio di speranza a chi in questo momento è nelle loro condizioni».

A scuola insegnano più donne o uomini?
«Più donne. Oggettivamente insegno da 20 anni e siamo la maggioranza: al mio primo anno di insegnamento al liceo linguistico eravamo solo donne».
 
Secondo lei, qual è la ragione?
«Probabilmente in passato l’insegnamento veniva visto come un lavoro che dava spazio per una maternità più serena, con orari definiti. Oggi io parto dal presupposto che in Italia la famosa parità di genere sia ancora lontana. Una donna che studia legge pensa di diventare avvocato ma non ce la fa a seguire tutto, soprattutto se poi diventa moglie e madre; l’uomo invece può riuscirci perché è la società a consentirlo. Anche nelle istituzioni fattivamente non vedo la parità di genere: le quote rosa non dovevano proprio esistere: se siamo tutti uguali perché istituirle?».

Cosa serve per fare l’insegnante dentro un ospedale?
«Bisogna avere un certo carattere e le “soft skill”, delle caratteristiche personali trasversali come l’empatia, la capacità di comunicare e di relazionarsi. I ragazzi sono sì malati di cancro, ma anche consapevoli di ciò che gli sta succedendo. Chi ci va per fare la crocerossina, ha sbagliato posto».
 
In che senso?
«I ragazzi non vogliono essere trattati con pietà, odiano il pietismo e vogliono sentirsi normali come tutti. Se la professoressa crede di fare la crocerossina e risolvere i propri problemi è sbagliatissimo: in ospedale si va per dare il proprio contributo e per far stare meglio gli alunni».

 

 

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